(vendemmia)
La vendema era un lavoro allegro e pulito, e come tutti sanno si tratta di raccogliere e pulire l'uva matura, zuccherina e fragrante. Si era anche invitati dal vignaiolo a vendema, ed era difficile dire di no, perché la ricompensa era un cestello di buona uva matura da portare a casa. Partecipavano amici, parenti e per i bambini era una gran festa. Lavorando sotto le pergole cariche di grappoli maturi, fra gli ombrosi e scenografici filari delle nostre montagne, si cantava, si assaggiava, si raccontavano storielle e lo stesso proprietario, esortava a cantare… Infatti, quando si canta non si mangia uva… Egli stava anche attento a come si svolgeva il lavoro e se qualche lavoratore lasciava cadere a terra buoni chicchi diceva: .i taliani, i vendema par i grani!... In altre parole, di fare più attenzione. Dal 1600 in poi e fino al 1930, vaste zone della  Valle di Non erano coltivate a vite e Preghena ne era circondata dalla località “Grezzi" fin giù a "Barn".
Quando gli anziani stabilivano che l'uva era matura, scattava l'operazione vendema e con essa tutto un cerimoniale previsto dalla Carta di Regola. Venivano nominati i Sautari (controllori) dei vigneti, i quali impedivano a tutti l’accesso alle zone vitate quando l’uva era matura. Vietato l’accesso di giorno e di notte, se non accompagnati dalla guardia. Il vignaiolo che aveva uva da vendere a terzi, doveva consegnarla in piazza e non era permesso accedere al vigneto con estranei. Multe salate venivano elevate dal sautar e consegnate al Regolano (Sindaco). Durante tutto il periodo della vendemmia, il Saltaro stazionava in permanenza nei vigneti dentro ad appositi osservatori e il vitto gli veniva recato sul posto. Se abusivamente si allontanava dalla guardiola o dormiva, egli perdeva il posto, veniva multato e sfiduciato, e questo, per quei tempi, era un fatto grave. Famoso era il vino Groppello. In tutti i comuni esistevano cantine divenute poi magazzini per la frutta. La produzione di quei vigneti era assai bassa, non superava i 50 qli d'uva l'ettaro e la gradazione alcolica del prodotto non era granché: nemmeno dieci gradi d'alcol, ma non sempre. Era  vino apprezzato perché non c'era di meglio, e l’alta acidità che aveva, lo rendeva dissetante come una limonata. Non disdegnavano quel vino nemmeno i preti di Cles se i loro due vigneti furono affittati con atto notarile del notaio Donato di Nanno dietro compenso di 35 orne di vino, parte in uva, parte in graspato, parte in vino novello. Contratto valido per 25 anni e l’obbligo di coltivare bene il vigneto.
Il poeta dialettale trentino Fabrizio da Trieste, cantò così il figlio dell’uva:

                                       ... "La vita, senza l'vin,
                                       l'è tutt na farsa".
                                       "Voria la forza antica de magia
                                       dei gran silenzi larghi de la  sera
                                       quando 'l vin deventa preghiera
                                       che dà calòr al còr e a l'alegria".

Molti poeti si sono sbizzarriti in tal senso, arrivando a scomodare perfino il Padreterno. Lo invitarono a scendere dal Cielo per andare con loro (poeti) in cantina... e dentro ad un ristorante di Trento, si legge questa pergamena:

                                       Padre Nostro che sei in cantina, sia sempre lodata la tua medicina.
                                       Venga a noi il tuo buon vino, purché sia sempre sano e genuino.
                                       Sia fatta la tua volontà , nel goderne la qualità.
                                       Dacci oggi la nostra dose quotidiana, e riempi a noi i bicchieri,
                                       come noi li riempiamo ai nostri bevitori.
                                       Non ci indurre all’astemia, ma liberaci dall’acqua e così sia.

La tradizione del vendemar aveva una lunga filiera di operazioni quali lo spazzare la polverosa cantina, ripulire tutti i tini e vasi vinari detti in gergo gli “ordegni”, controllare che fossero stagni e non perdessero vino. I ragazzini, desiderosi di avere una mancia, venivano infilati dentro le botti di fermentazione passando attraverso l’apertura detta in gergo la bociàra e manovrando un apposito raspetto, ripulivano l’interno della botte. Gli attrezzi d’uso, erano l’congzal, el mostador, la bociara, el tinacz, la ciastellada, i bandini e le sécle tutti attrezzi che si possono ancora trovare in cantine e musei. Gli ordegni a doghe di legno, venivano riempiti d’acqua per tre giorni ed in quel modo, si ammorbidivano e non spandevano più. Il giorno della vendemmia ci si avviava verso il vigneto di buon ora, a piedi, e subito aveva luogo l’operazione vendéma. L'uva spiccata veniva posta dentro alle secle e ciazzudrèj riempiti fino all'orlo e portata al limite dei filari dove stazionava l’uomo del congiàl. era un recipiente a cono rovescio, spalleggiato, capace di circa 75 litri. L’operaio scendeva le ripide scalette del vignal fino alla postazione del tinacz, (tinozza da 500 litri circa). Qui veniva parcheggiato anche il bròz del vignaiolo appositamente attrezzato di ciastelàda, una botte orizzontale da 500/700 litri, adatta al traino con un cavallo. La bigoncia veniva posta a terra, si infilava dentro l’mostador (palo ammostatore), la si pigiava per bene per trasformarla in brascià (graspato). Altro metodo era quello di porre l’uva nel tinacz e pigiarla a piedi nudi. Il graspato veniva poi travasato nella ciastellada usando ciazzudrei stagnati (secchi da cucina). Il tinacz  serviva anche da deposito per il tempo che il carro impiegava a ritornare da casa al vigneto. Se il carro tardava e l'tinacz era colmo di graspato, gli operai si fermavano e facevano marenda. Durante la vendemmia, era tradizione scegliere bei grappoli d'uva da portare a casa, si posavano su foglie verdi al piede della vite, e quei grappoli erano la ricompensa per i lavoro prestato. A vendemmia finita, si raccoglievano con cura, senza danneggiarli e si rientrava contenti a casa. Dovevano essere i grappoli più belli, con grande soddisfazione del vignaiolo che li aveva prodotti. Anche il contadino usava conservare grappoli maturi. Li appendeva ad appassire in soffitta e poi li offriva fuori stagione a parenti e amici. A vendemmia finita, la cantina diventava il "salotto" degli uomini, e la dentro si andava ogni sera, si giocava alla “mora” si faceva qualche lavoro, ma soprattutto si beveva vino novello…

Le varietà d’uva dei nostri Avi erano:

Il Groppello,
varietà di uva nera a grappolo medio piccolo originaria di Groppèllo d'Adda, un  paesino ad ovest di Treviglio (BG) sull'Adda. L’ Associazione per la promozione e la tutela del Groppello di Revò afferma che il nome derivi da “ Gropp “ (nodo), un particolare di attacco degli acini al rachide del raspo.

Lo Zaibell
detto anche  el direto un ibrido produttore diretto, non innestato su radice americana, e per questo detto "diretto". Dava uva a grappolo medio piccolo, molto dolce nelle annate siccitose, ed era buonissima da mangiare. Non aveva significative qualità da vino, e a causa di questa deficienza nonsi poteva produrre vino a lunga conservazione.

El Fragiàr o  uva Fragola
anche lui un ibrido produttore diretto dal caratteristico retro gusto di fragola. Non aveva qualità da vino, piaceva come  uva da tavola, e la sua diffusione fu addirittura proibita negli anni sessanta per salvaguardare il buon nome del vino Trentino. In questi anni però si è conquistata una “nicchia” di mercato col nome di Fragolino.

El Militt
varietà che che Mario Calovini di Preghena (classe 1915) ricorda come uva nera a grappolo medio ma poco  buona.

La Pavana
uva a grappolo grande, coltivata ed apprezzata a Tenna (Valsugana) ma dove la assimilano alla Fragola.

Il Teroldico
ma non era quello "nobile"  di oggi prodotto nella piana Rotaliana. In Val di Non, non trovò il suo ambiente, e non ebbe gran successo.

Altre erano: il Molinaro, il S. Lorenzo, ed il Verdòt.

Uve a frutto bianco erano:

La Borgogna
bianca un’ uva tardiva, a frutto grande, che in Val di Non maturava tardi e marciva facilmente. Dava vino dal sapore aspro, gradito a pochi palati e quindi si usava pigiarla mista ad uve più gentili. Probabilmente piantata per sbaglio, acquistandola da vivaisti poco seri al mercato.

El Maòr 
uva bianca vicentina. Maor significa maggiore.

La Gostésa
uva bianca di maturazione agostana, probabilmente l’uva Lugliatica, che in Val di Non maturava ad agosto; da qui il nome gostésa. Buona da mangiare, ma non adatta alla produzione di  vino. 

Il Moscato
Uva bianca, gustosissima, molto dolce negli anni siccitosi ed era uva da tavola.