Con questo termine dialettale, si indica il lavoro di sfogliatura delle pannocchie di granturco. Un lavoro di gruppo, gestito in maniera festosa dentro alle baite contadine e di sera dopo cena. Partecipava la famiglia intera attorniata da parenti ed amici che volevano passare in allegria una serata diversa. Si lavorava gratis, si chiacchierava del più e del meno, si cantava, si facevano battute spiritose e scherzi di società. Alla fine si consumava un semplice buffet a base di patate e sale e si ballava. Sapienza antica! Un noioso e faticoso lavoro agricolo diventava una festa!  E lo sfojar era questo: un lavoro-festa.

La manualità dello sfojar era uguale in tutte le famiglie, ma la serata variava di casa in casa e chi aveva poco cereale sfogliava in privato, a tempo perso, e non era raro che in questi casi si ringraziasse Dio per aver concesso nuova polenta… Chi non amava avere gente in casa, sfogliava da solo e la gente diceva: jè musoni! (asociali)
Chi invece amava quell’occasione, pubblicizzava la serata col "passa parola" e i ragazzi erano speciali in questo. Fino agli anni cinquanta si raccoglieva il mais, e le pannocchie venivano stivate su l'ara, in grande mucchio a ridosso di una parete e si comunicava la sera dello sfojar. Dopo cena, arrivavano parenti ed amici, lieti di dare una mano e con loro un suonatore di armonica bitonale detta in gergo la rètta. La famiglia ospite partecipava al completo, e preparava un buffet finale e poi si ballava sull’ara ripulita. Il lavoro consisteva in tre fasi, la sfogliatura della pannocchia riducendola a sole 3-4 brattee, la formazione di mazzetti da 7-8 pannocchie legate, l’esposizione al sole sui poggioli di casa.

Si lavorava a stretto contatto di gomito, maschi e femmine seduti alternati direttamente sul mucchio di pannocchie, e per quei tempi bacchettoni non era cosa da poco! La poca luce in sala, il clima ridanciano, e la voglia di sfogare passioni, facevano il resto. Fino agli anni sessanta la donna era rigidamente relegata in casa, controllata da genitori e parenti, e l’andare a sfoiar era davvero occasione gioiosa. A lavoro finito, si provvedeva in fretta a ripulire l'ara, ci si preparava al buffet , e il suonatore prendeva posto e la festa aveva inizio. Il buffet visto oggi fa sorridere: patate lesse  da pelare in mano e un pizzico di sale da attingere direttamente su un centrotavola comune. Faceva però parte del rituale... Il lavoro in allegra compagnia, il buffet, la fisarmonica ed un’ora di spensierato ballo erano gli ingredienti normali della serata, ma poteva anche esserci un quinto elemento: la sfida!
Faceva parte del canovaccio della serata, e poteva essere burlona o guerreggiata. Era bonaria e vivacizzava la serata, se il padrone era uomo burlone, il contrario se permaloso e truce. Per entrambe consisteva nel sottrarre furtivamente la pentola delle patate lesse proprio al momento d’essere servite agli amici… Il simbolico "furto", doveva sorprendere l’ospite, metterlo in momentanea difficoltà, e costringerlo a patteggiare con gli sfidanti la resa. Inscenavano la sfida i ragazzi di leva militare (coscritti) in partenza per la naja e sempre pronti a far gazzarra. Non sempre però questo scherzo era gradito e in qualche casa, diventava una sfida.

Infatti poteva capitare che: l'ospite bontempone tenesse pronta una seconda pentola di patate e questo vanificava il furto… lasciando ai coscritti le patate da pelare… Poteva capitare però che l'ospite non gradisse quella farsa e lo facesse sapere in giro, dando "sapore" ad una sfida. La frase classica era: Da noi, se sfòja calmi, e i coscriti, no jè mai stadi bòni de robàrne le patate ! (a casa nostra non sono mai stati capaci di rubarci le patate).
Una chicca, per i coscritti di turno , un’occasione da non perdere e... zak la sorpresa! In questo clima avvenne che una sera del tardo autunno 1947, si inscenasse a Preghena una memorabile sfida.

Gli attori:
una famiglia che non voleva scherzi - i coscritti del '29 sfidati - l’ideologo fantasioso - un “palo” fidato.
La scena:
una vecchia cucina contadina al primo piano, un focolare acceso e una pentola che bolle sorvegliata a vista da una arcigna e vecchia padrona di casa. La cucina è raggiunta da una porta che da sull’aia dove si sfoglia e da una porta-finestra che da sul poggiolo alto dalla strada otto metri. I coscritti lavorano sparpagliati tra i presenti pronti all’azione su un cenno del “palo” posto tra la sala e la cucina. Erano circa le ore 21, il lavoro era finito, si stava ripulendo l'aia, e si era pronti per il buffet. Fuori era buio pesto, faceva un freddo cane, ma a terra non c'era neve. Al segnale convenuto, mancò la luce elettrica e fu buio in tutta la casa! Grande sorpresa e fu grande scompiglio!.. L'ospite sfidato corre in cerca di lanterne, e la vecchia arcigna di guardia alla patate lascia libero il “trofeo” in cerca di candele, e... zak!... il gioco è fatto!
L'attimo propizio era scattato, la pentola fumante viene agguantata e in men che non si dica passata di mano sul poggiolo e giù per la scala a pioli preparata appoggiata, e via per le strade del paese a cantare vittoria!… I coscritti del '29 vantarono a lungo quell’impresa e di sera, nelle stalle, la notizia tenne banco per mesi e mesi.

(sfogliare mais)