(mietitura)
El nar a seslarin dialetto della Val di Non, significava approntare mezzi e personale per procedere alla mietitura del grano, dell'orzo e di altre graminacee allora coltivate a Preghena. A differenza della fienagione, questa operazione agricola è perduta da anni, e richiedeva alla famiglia grande impegno. Si mietevano piccole superfici di campo, veri "fazzoletti di terra", e si raccoglieva forment, l'òrz, segiàla, sciàndéla, formentòn, formentaz, e la biava , ma anche colza, lino, canapa ed altre essenze vegetali allora coltivate.
I nostri Avi mietevano a mano, usando sesle da cui il lavoro del seslar. Le paglie tagliate, venivano raccolte in mannelli, legate a metà altezza ed ammucchiate in covoni. I singoli covoni, venivano accatastati in biche e lasciati seccare per qualche giorno in campagna.
Se il clima era piovoso, il cereale veniva portato a casa umido e issato a seccare sulla soffitta. Lassù i covoni venivano appoggiati sul pavimento in piedi e tenuti eretti da dei separatori detti le late. I cereali di allora erano diversi dagli attuali, avevano paglia lunga, spighe piccole, chicchi più smilzi e la resa era più bassa. Si usava misurarla a somenze (quantità inpiegata per seminare) e si diceva: Hai fat dodes somenze... il che significava dodici volte il seme impiegato.
Mussolini, con la sua meritevole "Battaglia del Grano" degli anni trenta, elevò quelle rese a quaranta quintali ettaro. Dopo il 1960 arrivarono dall’estero nuove selezioni di grano e orzo, e le produzioni si alzarono anche a 100 q per ettaro, ma la tecnica colturale era diversissima da quella dei nostri antenati. In mietitura, loro amavano alleviare la fatica del lavoro cantando ed una delle canzoni in voga fu questa:

                                               Il 29 luglio.

                                               Il 29 luglio,
                                               quando che matura il grano,
                                               è nata una bambina,
                                               con una rosa in mano .......

La tradizione del seslar era questa: di buon mattino, quando la paglia era ancora umida di rugiada, e non alzava molta polvere, si mieteva curvi fino a terra usando la sesla, oppure una falce  appositamente attrezzata. Era d’uso aiutarsi, tra amici e parenti e si praticava il baratto, rendendo all’amico le ore di lavoro ricevute. Il gruppo scherzava, mandava battute ai presenti e combinava scherzi un po’ come succedeva nel periodo della fienagione . Era costume non farsi chiudere nell "orto" (farsi sopravanzare da altri e farsi circondare) e raccogliere con cura ogni spiga caduta a terra. Le ragazze da marito dovevano stare attente, perché venivano osservate e valutate dal “padre padrone”.

La trebbiatura , in gergo "nar a bàter" consisteva in solenni sbattimenti delle spighe sopra una cesta (la bèna) o pesanti randellate sulle paglie usando il flér  un vocabolo derivato dal latino Flagellum e dal francese Fléau (flagello). La granella caduta sul pavimento veniva separata da pula e paglie in un ondeggiare di forche e pale seguite dall’uso dello sdraczz e del val, che a fine '800, fu sostituito da una ventola detta  el molìn a vent. Negli anni quaranta fu d’uso la trebbiatrice meccanica e negli anni sessanta la mietitrebbia di origine olandese e fu la fine del seslar.