Personaggi da ricordare, spariti negli anni sessanta insieme all’arte artigiana di segare il legname. Alla pari del mugnaio, viveva in segheria da solo, e fu importantissimo per la quotidianità dei nostri Avi. Nel Mezalon le segherie erano sul torrente Barnes (una si può visitare una restaurata e funzionante a Bresimo – Val di Non). D'estate, data la sua particolare posizione a fondo valle, immersa nel bosco e prati verdi, era un piacere visitarla e lo era ancora di più in pieno inverno quando diventava una cattedrale di ghiaccio.
Costruita a piano unico, su pianta rettangolare, occupava uno spazio di circa trenta metri per dieci. Un tetto a scandole (corteccia) di larice la copriva a tutta lunghezza lasciando scoperto un grande piazzale. Uno spazio pieno zeppo di tronchi da segare, detti in gergo le bore, e tanti pacchi di assi segate pronte alla consegna. La sega era un complesso macchinario, al 95% in legno, e occupava quasi tutto lo spazio all’interno dell'edificio. L'arte dello spaccare o segare tronchi di legno per ricavare assi da costruzione è antichissima, risale alla preistoria, ma il modo di segarle con segherie ad acqua, risale al 1400 e sono dette “alla veneziana”, a lama verticale, importate dai veneziani nostri grandi clienti di legname lavorato.
Il personaggio e la tradizione.
Era un uomo semplice, grande lavoratore, resistente al freddo ed alle intemperie, perennemente sporco di segatura che viveva alla segheria. Difficilmente era solo, infatti lo andavano a cercare i clienti, gli amici, i pescatori di trote, i cacciatori e qualche curioso di passaggio su quelle remote strade. Ma più che altro erano interessati alla sua persona i contadini della zona, quelli che avevano alberi da segare, concesse dal Regolano col sistema dell’assegnazione.
E’ interessante ricordare le raccomandazioni che il contadino faceva al segott quando gli trasportava le sue bore (tronchi d'albero). Lavorazioni sempre personalizzate, e le assi dovevano risultare dello spessore, lunghezza e larghezza richiesta dal proprietario. Quel tavolame infatti, serviva per precise lavorazioni, poteva diventare mobilia, pavimento, stanze, separé, ma anche pavimenti della stalla o del fienile. Il segòtt prendeva nota, segnando con dei numeri tutte le bore e borei accatastandoli in base all'ordine di consegna sul grande piazzale della segheria. Quando toccava il turno, le assi ricavate e gli scarti di lavorazione detti in gergo gli scòrzi, venivano impacchettate nello spazio riservato ai “lavorati” ed erano pronte per la consegna. Il cliente, le ritirava, le trasportava a casa col suo broz (carro) e le depositava in luogo asciutto, spesso a ridosso della baita, ad asciugare. Perché non si rovinassero, le assi venivano separate una dall’altra tramite spessori, e lasciate a maturare all’ombra . Fino al 1960, in Val dei Molini c’erano tre segherie idrauliche ed altrettante operavano sul torrente Pescara a Rumo. Dopo il 1930 però inizia il loro declino e la gente iniziò a servirsi delle segherie di paese funzionanti a motore elettrico. A Preghena, c’era quella di Vender Adriano, classe 1892, datata 1932, e quella del "Varesco" un segott oriundo di Fiemme, con segheria presso l'attuale casa di Federico Alessandri. Nella segheria di Vender vi lavorò anche Giuseppe Pancheri che dopo aver imparato il mestiere, si mise in proprio costituendo una segheria industriale che ancora esiste. Altra segheria industriale è quella del fratello Carlo, ora gestita dal figlio Giorgio. I Vender invece, tramite il figlio Edoardo, tennero attiva la sega di Preghena fino al 1954, optando poi per una attività commerciale a Cles.