Questa parola dialettale trentina, sta ad indicare quello che oggi si direbbero i "lavori pubblici" . Praticato fin dai tempi dei romani, il "plubeç " è stato in voga fino agli anni cinquanta, quando lo Stato italiano emanò leggi precise in materia di lavoro. I trentini lo hanno praticato moltissimo e tutte le volte che la comunità doveva affrontare situazioni difficili, scattavano le antiche regole del plùbeç. Regole semplici, note a tutti, da sempre, e i capi famiglia (capi focus) lo insegnavano e lo tramandavano ai figli. Le occasioni erano molte, strade ostruite da frane , danni da valanghe, da fuoco, e da alluvioni allora tanto frequenti. Con il concorso di tutti, si costruivano strade di monte, malghe , acquedotti comunali , cantine cooperative, divenute poi magazzini delle mele anche nel nostro "Mezzalon" . A plùbeç furono costruiti i canali irrigui del "Soi" del " Praposin " e del "Saudern" che dal 1800 irrigano le nostra campagne. I nostri Avi avevano certamente imparato dalle formiche e sapevano che : l'unione fa la forza e insieme si può...
Non fu solo bravura, fu anche necessità. Infatti, per sopravvivere su queste coste scosscese di monte , bisognava darsi da fare tutti insieme: il singolo si sarebbe perduto. Di necessità si fece virtù, ed ecco nascere , crescere, e fare miracoli, l' invidiata cooperazione trentina.
Come funzionava ?
Appena si presentava l'opportunità, il Regolano (Sindaco) provvedeva a radunare i suoi Saggi (consiglieri) e insieme si decideva sul da farsi. I vari Saltari (messi comunali) provvedevano a comunicare le prime decisioni ai Capi focus (capi famiglia ) e in breve si diventava operativi col sistema a plùbeç. Ogni famiglia doveva mettere a disposizione tutte le braccia valide possibili e chi non poteva farlo, doveva farsi sostituire pena la multa prevista dalla Carta di Regola ( legge ). Ogni partecipante doveva presentarsi all'ora stabilita, nel posto assegnato, con l'attrezzatura indicata. I muratori con i loro attrezzi personali, i falegnami con l'attrezzatura specifica, i ciaradori (carrettieri) con i loro mezzi di trasporto pesanti, così i minatori, i carpentieri, i boscaioli ed infine i manovali generici. Partecipavano uomini, donne e bambini, perché nel lavoro a plùbeç c'era bisogno di tutti e di tutto. Quest'ultime, fungevano da vivandiere, portatrici d'acqua, porta messaggi e su su fino al direttore del cantiere, che di solito era il Regolano.
Tutti insieme si faticava molto, le ore lavorative erano tante, dall'alba al tramonto, e la paga era costituita dalla soddisfazione di aver partecipato e fatto fino in fondo il proprio dovere. L'atmosfera del plùbeç era spesso allegra, si cantava, si facevano battute , si scherzava, ed i bulli del momento venivano bonariamente criticati dai più anziani, sempre pronti a tagliar loro le ali della baldanza giovanile. Le portatrici d'acqua erano molto richieste, specialmente se belle ed allegre. A mezzogiorno si pranzava al sacco, mangiando quello che ognuno si era portato da casa, salvo la classica polenta collettiva (dopo il 1800) che veniva cotta sul posto da mani femminili. La farina era a spese della comunità e la provvedeva il Regolano.
A forza di stare insieme, di lavorare gratis per il bene comune , e di sentirsi paghi nel partecipare, anche da noi a Preghena, fiorì e crebbe vigorosa la miglior cooperazione, e con essa, tutte le opere ciclopiche che i nostri Avi seppero produrre.