E’ lavoro assai noto e non serve descriverlo perché l’hanno già fatto in tanti descrivendolo, dipingendolo, scolpendolo fotografandolo o filmandolo fin dai tempi di Gesù Cristo che se lo trovò davanti appena nato!
A Preghena, l'ultimo pastore fu Tommaso Zorzi, classe 1939. Proprio lui, mi raccontò che nel 1949, il suo ultimo anno di servizio, aveva al seguito 32 capre, ed aveva dieci anni. Suonava un corno di capra per annunciare il passaggio, quando di mattina verso le ore sette, raccoglieva dai contadini le capre da portare al pascolo per riconsegnarle in paese sazie la sera verso le ore diciotto. Percepiva dalla comunità 35.000 lire al mese.
L’umilissimo personaggio, fu ricordato nella canzone popolare :
La Pastora
E lassù sulla montagna
gh' era su na pastorela,
pascolava i suoi caprin
su l'erba fresca e bèla.
E di li passò un signore
el ghe diss: "Ohi pastorela ,
varda ben che i tuoi caprin
lupo non se li piglia.....
Prima che fossero scritte le Carte di Regola, si pascolava in piana libertà, ognun per sé, ma dopo il 1300 le cose si complicarono e l’arte del pascolare fu regolamentata e divenne un vero mestiere pagato. Di conseguenza troviamo i pastori comunali e loro aiutanti. Ogni anno, sul piazzale della chiesa, aveva luogo il bando di concorso, e la nomina dei pastori e dei loro aiutanti:
- Vàciàr e aiutanti detti i frizzari per portare al pascolo le mucche
- Ciauràr e aiutanti per il pascolo delle capre
- Béczàr e aiutanti per pascolare pecore
- Porcétàr che non aveva aiutanti, per controllare il pascolo dei maiali.
Il lavoro era uguale per tutti, ma responsabilità e paga erano differenti.
Gli animali di maggiore mole e valore commerciale come i bovini e gli equini, dovevano essere pascolati in zone pianeggianti, prive di burroni e ricche d'erba buona, i vaciari, avevano maggiori responsabilità e quindi una paga maggiore. Gli altri pascolavano animali di minor taglia, più agili, e di minor valore, ma dovevano brucare l’erba cresciuta in zone più disagiate. I maiali un tempo numerosi, almeno uno per famiglia, venivano pascolati nei dintorni del paese, in zone umide, grasse, dove potevano grufolare e infangarsi liberamente senza far danno al buon pascolo delle mucche. Distribuiti gli incarichi, i pastori passavano di strada in strada annunciati dal loro corno e le famiglie consegnavano in strada i loro animali iscritti a quel servizio ed era la cosiddetta vogara. L’iscrizione comportava una spesa fissata all’inizio della stagione e se la mandria era grossa, il pastore veniva aiutato da appositi mandriani detti in gergo i "frizzari".
Al calare della sera, verso le ore diciotto, la mandria ritornava al paese e le mucche venivano avviate alle rispettive stalle. I proprietari erano tenuti ad attenderle per recuperarle e condurle alla propria stalla. Proibito lasciar vagare animali liberi e ancora più vietato levare animali dalla mandria, una volta consegnati al pastore. Multe pesanti per i trasgressori. Il pastore era responsabile di ogni animale, e se nella mandria mancava un capo si doveva cercarlo per tutta la notte! Il Saltaro del pascolo, controllava invece che tutte le "strùpàje" (recinti) fossero efficienti e che tutti i "vajòni" (ingressi) dei campi fossero chiusi, per non rendere difficile il lavoro a pastori e frizzali nella vogara.