Era un ramiere, calderaio, girovago abilissimo nel battere lamine di rame, e trarne oggetti di casa detti in gergo paròi, ciazze, bandini, congialetti, baczine, lambiczi, piati laoràdi (paiuoli, mestoli, secchi, bacinelle, piatti lavorati...), ed altro ancora. Un po' fabbro, un po' lattoniere, un po' artista, egli riusciva a trasformare le lamine grezze di rame in oggetti d’uso quotidiano e decorarli a richiesta.
A differenza degli artigiani girovaghi, aveva un barroccio spinto a mano, oppure un vero carro-bottega, sul quale aveva installato il suo laboratorio un po’ bottega e un po’ officina. E’ noto che le lamine grezze di rame, si ossidano coprendosi di una polverina color turchese, fastidiosa, brutta da vedere e tossica e quindi era lui che le ricopriva di stagno fuso rendendole inossidabili. Lo stagno impedisce quell’ossidazione e rende igienici gli oggetti d’uso in cucina. Era un lavoro particolare detto da stagnino. Lo stagno fonde a 240 gradi di calore e basta anche una modesta fiamma portatile. Raffreddandosi aderiva immediatamente alla lamina di rame dando a questa l’aspetto argenteo che tutti conosciamo.
Quando arrivava in paese con il carro officina si annunciava rumorosamente:
....L'è rivà el parolott,
el concia n'bus,
e l'ne fa ott...
(E' arrivato il calderaio,
aggiusta un buco e ne fa otto...)