Questo mestiere, vecchio quanto l’uomo, è scomparso, e macinare cereali in casa non è più d’uso. Non lo è più nemmeno il farlo in piazza dentro ad un mulino comunale come si è fatto per secoli. L'uomo preistorico, quand’era pastore vagante e non coltivava la terra, già aveva appresso dei rudimentali pestelli e piccole ruote da macina, ritrovati millenni dopo dagli archeologi in cerca di storia perduta. In epoca pre-cristiana venne d’uso macinare dentro a mulini comunali in piazza, dove la comunità si recava a turno pagando un nolo. Si trattava di strutture fisse, dentro alle quali, vi erano grosse macine del diametro di oltre un metro, le quali erano azionate direttamente da animali o schiavi; con esse veniva triturato il cereale ottenendo così la farina integrale. Ci volle l'applicazione della forza motrice dell'acqua, avvenuta a partire dal ‘400, per veder funzionare i tanti mulini sui torrenti delle nostre valli. Nel Mezalon, fa storia documentata un mulino del 1387 sul torrente Barnes nella valle dei Molini, proprietà dei conti di Zoccolo (Zockel).
Più tardi, nel 1393, ci sono documenti scritti di almeno quattro mulini a Rumo. Gli ultimi funzionarono fino agli anni sessanta/settanta. Macinare era un arte, ed era molto importante per la comunità contadina avere almeno un mulino. A quei tempi infatti, la Val di Non era considerata il granaio del Trentino, e, per questo motivo il macinare entrò nelle attenzioni del Principe Vescovo, il quale decise di applicare una tassa sul prodotto macinato, all'epoca tanto discussa ed odiata, facendo così entrare l'obbligo di tale tassazione nella Carta di Regola, controllando così che quel servizio funzionasse bene e sempre. Dopo il 1700, ad opera dei saraceni, il mulino fu perfezionato, ingrandito e riempito di macchine specifiche per la macina di diversi tipi di cereali: grano, orzo e segale con una macina, mais, grano saraceno ed altre farine colorate con un’altra. Si aggiunse anche la pilatura di orzo e segale.
Annunziata Sparapani, classe 1908, raccontava che uno degli ultimi mugnai di Preghena fu "el Giòanela" al secolo Datres Giovanni classe 1895 che la voleva per morosa…
Lei, lo rifiutò a causa della troppa farina che si portava sempre addosso!
Ridendo mi disse:
“giòvi paura che l'me niss a rent, perchè endò che l'tociava, el'lagiava el segn!”
(Avevo paura che mi venisse vicino, perché dove toccava, lasciava il segno!)
Gioanèla teneva mulino nella Valle dei Molini, dove lo avevano anche i Calovini del ramo "Molinari" (soprannome), i fratelli Facini Alessandro ed Emanuele, un certo Ernesto residente a Livo, e quello di Decaminada Camillo residente a Cis e soprannominato "l’Benèla", e quello di Costante Dalpiaz, detto l'Barile, residente a Cis.
La struttura del mulino era abbastanza semplice, anche se il macchinario interno non lo era davvero. Si trattava di una costruzione a piano unico, di pianta rettangolare, larga circa otto metri e lunga dodici. Conteneva un piccolo locale cucina, la grande sala delle macchine ad acqua, ed una stalla per il mulo che trainava il carro da trasporto del mugnaio.
La sala macchine conteneva tre tipi di mole, una specializzata per produrre la bianca farina di grano , segale e orzo, l’altra per la farina gialla di mais ed una per la farina grigia di grano saraceno. Conteneva inoltre la pila a quattro cinque pozzi per la brillatura dell’orzo. Quando le macchine lavoravano tutte, c'era in sala un bel brusio e un grande movimento di leve e ingranaggi. All'esterno, sul lato del torrente che gli scorreva accanto, s’alzava la grande struttura delle quattro ruote idrauliche a pale, sovrastate dalle canalette addutrici dell'acqua in caduta sulle ruote motrici. Descriverlo nei particolari meccanici non è facile ma basta andarlo a vedere rinnovato a Bresimo (Val di Non TN), o conservato nel museo di S. Michele all'Adige (TN).
Il personaggio .- El molinar era l’abitante fisso del mulino, una figura d'uomo semplice e solitario che viveva tutto l’anno nel mulino, era un romantico e gran lavoratore! Abitutato alle intemperie, specie d'inverno, quando il ghiaccio avvolgeva le ruote a pale, e lui doveva continuamente liberarle tenendole in moto anche di notte, era un gran servitore dei nostri Avi. In Piemonte gli hanno dedicato una canzone, armonizzata nientemeno che dal celebre musicista A. Benedetti Michelangeli, ospite abitudinario del Trentino.
La Bela al molino.
E la Bela la va al molin
La va al molin per mòle,
Mulinè , v'nime a durvì
o v'ni durvì la porta .
E la Bela l'è n'daita a cà;
l'era tuta 'nfarinà.
E sua mare l'ha pià 'n baston
vuria bastunela.
(continua) - Dal repertorio della Sat -
traduzione: La bella ragazza da marito va al mulino , al mulino per far macinare il suo grano, e si annuncia al mugnaio che le venga ad aprire la porta... La bella va poi a casa , tutta sporca di farina e la madre infuriata prende un bastone ...
La tradizione del macinare
A fine '800, la tradizione del macinare era questa: a luglio si mieteva grano, segale, e orzo, si trebbiava a mano, e si conservava il grano in soffitta in ambiente secco. Da questo momento, per il molinar iniziava il periodo di grande lavoro e si trasferiva al mulino per restarci giorno e notte. La gente andava da lui con i sacchi di cereali e il giorno dopo ritornava a prendersi la farina, la semola e la crusca. Quando il lavoro diminuiva, era lui che raggiungeva il paese con il carro, prendeva in consegna i pochi sacchi che gli consegnavano e ritornava al mulino, macinava, e ripartiva per Preghena a riconsegnare il macinato. La gente non macinava tutto il grano che aveva in una unica soluzione, bensì in più nriprese, uno o due sacchi (staja) alla volta, circa 16/32 kg., questro in quanto le famiglie non erano attrezzate per conservare le farine a lungo. I sacchi per il mulino erano in tela di lino, talvolta numerati con il numero di casa dei proprietari o contrassegnati da segni particolari cuciti sulla tela. Il suo lavoro veniva pagato con il metodo del baratto: una minela di farina (2 kg) per ogni star (saccoda 16 kg) di grano consegnato. Questa era una transazione semplice ma non sempre pacifica, infatti, a quel tempo, non si conosceva bene la resa dei cereali in farina e nelle annate fertili il grano dava tanta farina, ma in quelle di siccità rendeva poco, e l’molinar , pover'uomo, pagato a misura fissa, faceva brutta figura e lo trattavano da ladro! Anche la Carta di Regola, gli imponeva di:
“Mai misurare il grano a stari con le macine in movimento”, perché il tremolio del pavimento, causato dalle macine, avrebbe assestato i chicchi di grano nella misura variandone il peso.
Il sacco da mulino, era particolare, un budello di tela di lino a maglie fitte, lungo circa 150 cm con diametro di 30 - 40 cm munito di laccio all’imboccatura. Quando si consegnava pieno aveva la forma di sacco , ma quando lo si ritirava al mulino assomigliava ad una corda di lucaniche, strozzata in tre sezioni. Nella prima, sul fondo del sacco , veniva posta la doppio zero e si strozzava con un legaccio. Nella seconda, la farinetta, (tritello), e si strozzava di nuovo . Nella terza le semole (crusca), e si chiudeva il sacco usando il legaccio di dotazione. Un sistema intelligente, fatto di precedenze, ma che permetteva di usare all’infinito un solo sacco per tre tipologie di prodotti. La massaia di casa, ritirava il sacco e vuotava nella “madia” le tre farine una alla volta. Per prima la crusca, poi il tritello, e ultima la farina doppio zero che rimaneva pulita perché il sacco veniva ripiegato su se stesso e la tela sporca non sporcava mai gli altri sfarinati. I mulini del nostro caro torrente Barnes furono abbandonati a partire dal 1970 ed oggi sono ruderi testimoni del loro tempo passato.