La

(massaia)
Era una donna mattiniera e laboriosa, che aveva in gestione l’intera famiglia, dormiva poco ed era la prima ad alzarsi la mattina, pronta ad accendere il fuoco e preparare la prima colazione. Fruivano della sua presenza gli adulti che partivano per il lavoro, i bambini  piccoli già svegli per la prima “pappa” ma anche gli anziani bisognosi delle sue cure. Calmare i bambini gli era facile, aveva esperienza, ma aiutare gli anziani era davvero impegnativo. A seconda dell'età che essi avevano, e del  carattere che manifestavano, la massaia doveva inventare sempre nuove maniere e metodi per gestirli bene. Gli anziani, specie se ammalati, sensibili, permalosi e soggetti alle variazioni climatiche, guai non ascoltare le loro quotidiane tiritere.
Infatti, la mattina, al primo incontro con loro, la masadora poteva trovare :

- chi raccontava sempre gli acciacchi notturni, le insonnie, i fastidi patiti, sempre quelli, ma collocati nel corpo allo stesso punto ma …un tantino più in là, più in su, più a lato, … e bisognava ascoltare, senza commenti e mai riderne, ma provvedere con infinita pazienza. 
- i vecchietti più arzilli, li trovava già vestiti e pronti per la prima colazione, anche loro a lamentare fame vera e presunta, patita al tempo di guerra...
- i meno fortunati in salute, li trovava pronti a recitare la  solita "litania":   
                              “Stanott  no  hai  serà  òcèl  n'gott...”(Stanotte non ho chiuso occhio per niente...)
- chi soffriva di dolori artrosici era pronto a pronosticare fosche giornate, sventure climatiche e danni alla campagna...
- le persone molto anziane, sfiduciate e stanche della vita, che non si  sarebbero mai alzate dal letto, bisognava far loro coraggio tirandole sul "ciadregòn" (poltrona) e prepararli ad incontrare la nuova giornata che non avrebbero mai più voluto vivere…

La massaia non doveva mai perdersi di coraggio, doveva provvedere a tutti, forte del motto alpino: “Tàsi e tira!”  (zitta e lavora). Il fuoco non  doveva mai spegnersi, la pentola doveva sempre bollire, le verdure sempre  pronte come quel pollo appena catturato nel pollaio e sacrificato per il bene della famiglia… I tanti bambini ormai svegli, le erano sempre  attorno, pronti a tirarla per la gonna, i più piccini, desiderosi d’amore, volevano essere presi in braccio! Una incredibile girandola di  occupazioni quotidiane, tutte scandite dall'orologio solare o dalla campana di piazza dopo il 1400.
Alle ore 11, il "mezzogiorno contadino", gli uomini ritornavano affamati in famiglia, per consumare il principale pasto della giornata lavorativa. Doveva essere sostanzioso e tale da far recuperare le energie spese sul lavoro. Succedeva spesso che le carestie segnassero questo "momento" e quel pasto non fosse sufficiente con grande disperazione della massaia e del capofamiglia. Più si va indietro negli anni, e più quel pasto assomiglia a quello degli animali: povere focacce di  farro, di segale, rape cotte o in  agro alla maniera dei "crauti". Le patate e la polenta di mais, arrivarono in Trentino, appena dopo il 1700. La carne si conservava affumicandola o seccandola come stoccafisso appendendola all'aria sul "pontesel" (poggiolo di casa) o sotto la cappa del camino. I contadini non  abbattevano mai  animali che non avessero raggiunto la loro massima maturità fisiologica, e fino al 1950 , non era immaginabile che un maiale fosse ucciso prima che pesasse due quintali. Per essere considerato maturo, doveva avere in groppa dieci centimetri di lardo... Era  inimmaginabile uccidere una gallina prima che non avesse raggiunto la veneranda età di cinque anni e non deponesse più uova. Inimmaginabile era l’uccidere il vitello da latte oppure un manzo giovane…
In questo contesto di miseria familiare era assai riprovevole sniffare il cibo nel piatto o scartarne parzialmente il contenuto, magari perché la carne era troppo grassa o di brutto spetto. La Carta di Regola, e lo stesso regolamento della corporazione dei macellai, proibiva l'asporto del grasso dalla carne, considerato alimento altamente utile, sano e necessario.
Fino al 1950 era difficile produrre a sufficienza prodotti alimentari, e questo significò sempre grande parsimonia, e rispetto verso il cibo, obbligando le famiglie a mangiare di tutto e senza tante storie. La costante miseria finanziaria ed alimentare aveva acuito l’ingegno della massaia, la quale ricorreva a svariati espedienti per poter vincere le sue quotidiane battaglie alimentari. Nel pollaio eliminava tutti i galli meno uno, quello da rimonta del pollaio. Gli altri finivano presto in padella perché non facevano uova… Talvolta, non ne conservava nemmeno uno, e scambiava con le amiche uova sterili con uova fecondate, dette engialàde, per non dover alimentare nessun gallo…
E le galline protestavano inferocite come ricorda la nota canzone popolare:

                                       La  ghe  tira  l'còl  al  gallo ,.....
                                       Le  galline  tutte  matte ,
                                       per  la  perdita  del  gallo,
                                       le  ghà  rotto  el  caponaro,
                                       dalla  rabbia  che  le  ghà !

Il sistema di estrema economia era esteso anche a conigli, capre, pecore cavalli, mucche e maiali. Per la rimonta di questi animali, specie per specie, esisteva in paese un unico riproduttore maschio, di proprietà comunale, gestito da un contadino specializzato a norma degli articoli della Carta di Regola. Anche queste pratiche formavano il "bagaglio" di conoscenze della massaia, la quale, controllava l'"umore" dei suoi animali, ne annotava i periodi fertili e riferiva al marito quando bisognava provvedere.
Dopo questa divagazione, ritorniamo in casa dalla massaia per vederla intenta alla preparazione del disnar (pranzo). A tavola dovevano essere presenti tutti i familiari, era un momento solenne, sacralizzato dalla recita di una preghiera di ringraziamento a Dio per aver concesso un nuovo pasto alla famiglia. A tavola era anche il momento di socializzare, di scambiarsi pareri e opinioni su tutti gli aspetti della vita familiare. A tavola il capofamiglia (el masador), impartiva ordini e direttive per tutte le operazioni necessarie in campagna e in famiglia.

Quando la famiglia era numerosa, anche di quaranta persone, era tradizione dividere la tavolata in due sezioni: quella degli uomini adulti ed una separata per donne e bambini. Il capofamiglia sedeva a capotavola, sul "kadregòn" un seggiolone rialzato, quasi un “trono”, dal quale impartiva ordini, e riprendeva chi aveva sbagliato. Sembrava il Re assoluto, mentre invece era la masadora, la vera imperatrice! Il capofamiglia, veniva servito per primo, una sacra formalità, sottolineata dalla lettura di una preghiera di ringraziamento. Si usava consumare prima una pietanza solida e poi la minestra "da orz" (d’orzo) che aveva lo scopo di riempire i vuoti dello stomaco… Nel primo pomeriggio, dopo la partenza dei familiari avviati al lavoro sui campi, dopo aver sparecchiato in cucina e aver messo a letto vecchi e bambini, la infaticabile massaia si concedeva un meritato  "relax".

Già, un relax … il suo riposo pomeridiano consisteva nella visita all'orto giardino dove lei ritemprava lo spirito tra fiori e piante. Accarezzava le nuove rose, estirpava le erbe infestanti, e soprattutto conversava in piedi con l’amica dell'orto vicino. Nei ricordi degli anziani ci sono queste donne, quelle degli anni cinquanta, appoggiate alla zappa raccontarsi le vicissitudini familiari, i malanni dei bambini, quelli degli anziani e tutti i problemi della stalla. A onor del vero, la massaia di quei tempi non era mai sola. Aveva in famiglia molti aiuti costituiti da ragazzi e ragazze figli suoi, zie nubili o cognati scapoli, nonne e nonni ancora attivi, e spesso anche dei "famèj" (famiglio). Magari brontolando, tutti ubbidivano a lei, e svolgevano tante mansioni secondo esperienza ed età.

La massaia antica sapeva conservare gli alimenti in tanti modi e maniere. Le uova le immergeva nel grano, e per la lunga conservazione in acqua di calce, e dopo il 1900 venne in uso  l'aca de vedro. Conservava la carne fresca sotto grasso o la essiccava al sole, dopo averla affumicata sotto la cappa del camino. Nei mesi di grande lavoro, non si rifiutava di seguire il marito sui campi e lavorare tutta la giornata con lui. Spesso era lei ad orchestrare il lavoro dei familiari, e sicuramente era lei a dirigere le donne di casa. Assegnava ad ognuna un preciso servizio da svolgere, ma il lavoro di cuoca era affare suo, perché solo lei sapeva economizzare tutto al meglio e solo lei riusciva ad arrivare a fine mese con le scorte alimentari di cui la famiglia disponeva. Per essere sicura che così fosse, usava tenere in tasca la chiave della cantina e quella della dispensa.

Oggi, questo tipo  di civiltà contadina suscita sorpresa, incredulità, ma a quei tempi, quei comportamenti costituivano un filtrato di esperienza di vita e la forza che dava sicurezza alla famiglia. Ognuno aveva un ruolo preciso, e la famiglia era un “formicaio” nel quale: gli anziani erano rispettati e mai lasciati soli, i bambini erano in compagnia di tanti altri bambini per giocare, i ragazzini avevano la compagnia di cugini e fratelli con cui far gazzarra sull'aia e vivere felici. Se qualcuno di loro combinava qualche marachella e meritava un castigo, veniva punito anche pesantemente, ma trovava sempre zie pietose e nonne sapienti che li aiutavano a superare il momento di tristezza. I giovanotti in età d'amore, trovavano delle connivenze, o qualche cugina comprensiva che li aiutava a crescere… In quel meraviglioso formicaio, ognuno si sentiva protetto e gratificato. Le ragazze da marito, trovavano "partito" se la famiglia era prospera e concorde. Gli stessi pretendenti, intuivano che la ragazza del cuore  aveva avuto buona scuola di vita, ed erano sicuri, che da sposa, sarebbe stata  una buona masadora.