La stalla, la malga, il caseificio
culture d'altri tempi
Fino agli anni sessanta il Mezalon, la terra di mezzo tra il corso dei torrenti Pescara e Barnes, sviluppava per lo più il settore zootecnico. La Frutticoltura, intesa come tale è arrivata dopo il 1930. La stalla privata, la malga collettiva ed il caseificio sociale costituivano per i nostri Avi tre realtà economiche molto importanti.


La stalla

                                                                                                                                                           SALAZIONE DEL FORMAGGIO






Nel dialetto di Preghena si dice "stala". Di solito occupava tutto il piano terra dell’abitazione mentre le persone abitavano al piano appena superiore cogliendo così nei mesi invernali il calore che essa emanava. La stalla antica era una piccola “arca di Noè”, in quanto ospitava diverse specie di animali: bovini, ovini, caprini, suini e se la famiglia era ricca anche cavalli. Per lo più i pollai e i porcili erano esterni ma addossati sempre ad essa. Nella stalla si lavorava tutti i giorni dell'anno, domeniche e feste patronali comprese e per parecchie ore. L'addetto alla cura del bestiame si chiamava "el fieter", un termine dialettale derivato dal tirolese. Era lui che pensava ad alimentare gli animali, abbeverarli alla fontana nelle ore stabilite, pulirli e tenere in ordine la stalla quotidianamente. Contrariamente ad oggi la stalla puzzava meno, perché veniva asportato giornalmente il letame e perché veniva introdotto sulle poste degli animali il cosiddetto "farlet" (strame di bosco), il quale odorava fortemente di muschio, di resina e di erica. La stalla era il locale più caldo della casa ed in essa si sostava volentieri in lunghi “filò” soprattutto d'inverno. Di solito la stalla comunicava con il fienile posto nel sottotetto tramite un foro quadro di circa cm 70X70 attraverso il quale veniva buttato il foraggio come tale o trinciato corto sotto forma di "zot" (una miscela di fieno e paglie di vario tipo). Gli animali erano ospitati in stalla per tutto il periodo invernale, ma quando il fieno si esauriva di giorno venivano portati al pascolo.

Questo lavoro non era compito del "fieter", bensì del "pastor". Pascolare nei pressi del paese i propri animali era compito delle donne e soprattutto dei ragazzi e delle ragazze. Il cinema, la poesia, la pittura e la musica hanno molto celebrato questo semplice personaggio agreste (non possiamo dimenticare la canzone famosissima "La Pastora").

Quando a fine maggio il foraggio era finito e i pascoli comunali di monte erano sufficientemente ricchi di erba fresca, il Regolano preparava la cerimonia della "transumanza" e così tutti si apprestavano a portare i propri animali in malga. Era ormai diventato un avvenimento particolare e speciale che ogni anno si ripeteva.

Con il bestiame in malga, la famiglia poteva dedicarsi alla lavorazione dei prati (nuova fienagione), dei campi (semine e raccolti) e del bosco (raccolta legna e strame per l'inverno). Utilizzando il pascolo di monte comunale, qualche famiglia poteva allevare qualche capo di bestiame in più. A questo proposito l'ingegno contadino aveva escogitato un'astuzia: cedere "a fen" (prestito) qualche capo di bestiame ad altri che avevano ancora del foraggio accumulato. Era il caso dei più poveri, ma spesso si verificava anche questa esigenza.



La malga


                                                                                                                                                                                                                 BESTIAME IN MALGA





Si tratta di una stalla sociale, una struttura specializzata per specie di animali definite dove il lavoro di pochi (malgari) provvedeva e provvede tutt’ora agli animali di molti. E' uno degli antichi esempi di cooperazione, quella che molte regioni ci invidiano. Ci sono malghe per bovini adulti femmine (mucche da latte), per bovini giovani (vitelli vitelloni e manzi), malghe per pecore, per capre e per cavalli. La malga di Preghena, detta “Malgazza”, si trova nella catena montuosa delle Maddalene ed è a 1950 metri sul livello del mare. Poco oltre, più a nord ,a quota 2050 metri, si trova invece "el malget", una malga più piccola riservata ai bovini giovani.

La malga è collocata in alta quota e di notte ospita il bestiame, di giorno invece gli animali si godono l’aria fresca e mangiano l’erba fresca. Le malghe per lo più sono costruzioni lunghe, strette e con il tetto basso, spesso incassato nel terreno, per evitare eventuali danni da valanghe. Un tempo i malgari condividevano gli stessi spazi degli animali e dormivano in appositi giacigli (le zaje) sistemati poco sopra le groppe degli stessi. A seconda del bestiame che accolgono, le malghe possono trovarsi in località comode, meno comode e talvolta scomodissime, oltre i 2500 metri. In quelle comode “alpeggiano” le mucche da latte, animali pesanti, delicati, e che richiedono molte più attenzioni di altri animali: due mungiture al giorno, cure veterinarie se incinte e cure alimentari particolari se di razza pregiata. Nelle altre “alpeggiano” animali più piccoli, più giovani e per molti versi meno esigenti.

La malga classica dispone di una stalla, di un locale utilizzato per la conservazione del latte fresco e dei latticini e della "casèra" (caseificio). Non sempre la strada che la collega a valle è degna di quel nome, tuttavia, l'operosità contadina ed il sistema a plùbeç la mantiene agibile per tutta l'estate.



Il caseificio


                                                                                                                                                                                                 AL CASEIFICIO DI PREGHENA...







E' un altro esempio di cooperazione e nel nostro dialetto locale si pronuncia "ciasèl". Di solito c’era un caseificio in paese e uno (anche se di dimensioni più piccole) in malga. Durante l'inverno gli abitanti di Preghena utilizzavano il caseificio di paese, mentre nel periodo dell'alpeggio giugno-settembre si traslocava tutta l’attrezzatura, “casaro” compreso, in quello della Malgazza. Prima del 1600 i caseifici erano rari, soprattutto perché ognuno produceva e lavorava il latte in casa. Così nasce il nome delle piccole forme di formaggio (1-2 kg) prodotte in casa, "i ciasoleti". Nel 1885 si ricorda che il “Kaiser” in persona, dopo una visita in Val di Non, ebbe a lamentarsi con i politici locali dello stato pietoso in cui versavano i nostri caseifici e le malghe. Notò la scarsa igiene degli operatori ed emanò precise norme da osservare. Non solo, a S. Michele all'Adige aprì una scuola per casari e da allora le cose cambiarono di molto. Importante è anche ricordare che la Chiesa Cattolica (Concilio di Trento?) contribuì non poco allo sviluppo dell'arte casearia e questo avvenne con la proibizione della carne il venerdì e durante la quaresima. In quei giorni sacri  un’alternativa alimentare valida restava il consumo dei latticini e del pesce. Le cose cambiarono radicalmente quando i prodotti caseari “fecero mercato". Al mercato riusciva a vendere solo chi aveva il prodotto migliore, chi aveva una certa produzione costante e chi poteva fornirlo ogni giorno. Il singolo non poté più competere e sparì. C’era invece chi lavorava in proprio il latte di molti compaesani e che sviluppava da solo un suo mercato ambulante. E’ il caso della famiglia Calovini, detta dei "malgesi", appunto perché gestivano malghe e facevano commercio di latticini. L’ultimo di questa famiglia, fu "el Bortol dei Malgesi", classe 1866, morto nel 1958 a 92 anni. Un altra famiglia era quella dei "Lodi" e l'ultimo casaro fu Adolfo Facini detto appunto dei Lodi. Anche lui cessò di caseare negli anni sessanta, quando le normative di legge italiane l'hanno costretto a pesanti innovazioni. Il nuovo caseificio sociale di Preghena era posto al civico n° 82 e venne inaugurato nel 1947. Il primo casaro "moderno" fu il sig. Mucchi Franco di Mirandola (MO). Aveva allora 18 anni e restò a Preghena fino al 1954. Il caseificio venne rinnovato nel 1955 ed era fra i più belli del Mezzalone. Purtroppo, leggi sanitarie statali, leggi sindacali per gli operai e casari, assicurazioni obbligatorie e tasse governative emanate in quegli anni, mandarono in rosso il bilancio di questa piccola cooperativa. Settantadue soci appena e fu costretta a chiudere nel 1956. L'anno seguente il latte fu raccolto quotidianamente nello stesso locale, caricato su autocisterna e venduto all’industria casearia modenese. Altri caseifici fecero la stessa fine e così la Provincia fu costretta ad intervenire pesantemente per non lasciar cadere in disperazione l'intera industria zootecnica trentina. La soluzione fu la costituzione di grandi cooperative sociali di secondo grado e la costruzione di grandi caseifici industriali, per noi fu quello di Rumo. Il caseificio di Preghena venne infine venduto ad una famiglia privata.




CASEIFICIO DI PREGHENA

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