Quella dell'acqua potabile, per uso alimentare e zootecnico, è una lunghissima e tribolata storia umana che si perde nella notte dei tempi.
Da sempre un bene di primaria importanza, l'acqua divenne problematico averla quando la popolazione aumentò di numero e di conseguenza anche gli animali allevati e le coltivazioni in campagna tutte bisognose d'acqua. Fu così anche a Preghena e numerose furono le lotte, le contese e le diatribe legali tra paesani , non esclusi i morti ammazzati a causa di quel vitale liquido. E' così in tutte le parti del mondo, anche oggi. Dopo il 1200 il problema acqua si fece grave e da questa urgenza prese forma l'idea della fontana pubblica di piazza.
Prima di quella data, le fontane erano pozze naturali, ruscelli, zampilli che sgorgavano qua e là dalla terra o dalla viva roccia, o gocciolamenti dal tetto di casa, ma anche da pozzi di vario tipo, anche profondissimi, come quelli dei monasteri e dei castelli medievali. La gente si riforniva dove poteva e portava in baita il prezioso liquido aiutandosi con secchi, mastelli , bigonce e tini di varia natura. Il Trentino, fortunatamente, è ricco di fonti e i nostri antenati non costruivano mai la loro abitazione lontana dall' acqua.
La fontana pubblica di piazza stentò a nascere e questo per diversi motivi . Motivi pratici innanzitutto, perché la sua realizzazione costituiva un grosso impegno lavorativo, ma anche economici per gli alti costi di realizzazione. Non mancarono motivi di confine, perché il canale adduttore (acquedotto) era spesso lungo e richiedeva l'esproprio a diversi proprietari, e talvolta bisognava oltrepassare gli stessi confini comunali. Spesso l'ostacolo era costituito anche dalla nobiltà feudale lenta a cedere parte delle loro risorse idriche. Cagnò ebbe la fontana in piazza nel 1513, Preghena nel 1754, e Trento la fontana del Nettuno in Piazza Duomo l'ebbe nel 1767 ...
Nel comune di Livo, nel 1883, esistevano poche fontane: cinque in tutto. Prima di queste date, esistevano qua e la fontanili rudimentali , tinozze di legno che marcivano e venivano rimpiazzate senza fare storia. Inizia nel 1500 la memoria della fontana polifunzionale, in altre parole, quella che serviva anche da deposito d'acqua per l'emergenza fuoco. Costruire un acquedotto comunale era una impresa ciclopica, e non poteva essere portata a termine da poche persone, necessitò quindi l'apporto e il consenso di tutto il paese, e questo si ottenne con la legge delle "Carte di Regola", con il contributo finanziario delle prime banche, e soprattutto, con il lavoro a "plùbec" . Con quel termine dialettale noneso si intende un lavoro gratuito prestato da tutti i residenti in proporzione alla loro forza familiare (focus) . Lavorando tutti insieme : uomini , donne , animali e bambini, per anni ed anni, si realizzarono acquedotti e fontane che ancora oggi destano meraviglia.