I fabbri ferrai sono giunti a noi dall’età del ferro! Dalle loro mani uscirono attrezzature d’ogni genere, prodotti comuni ma anche gloriosi capolavori che oggi si vedono nelle chiese, sui monumenti, nei musei e in molte case signorili. I fabbri ferrai si prodigarono in mille modi e nel tempo si specializzarono in tanti filoni operativi, uno dei quali fu il maniscalco. I contadini utilizzavano il fabbro di paese, per farsi preparare ferri da cavallo, le clàpe (zoccoli) di buoi e tutti gli attrezzi in ferro che si utilizzano in campagna.
Accanto alla officina del ferar sorgeva una particolare struttura in legno chiamata "el travaj" dentro alla quale, veniva immobilizzato l’animale da ferrare. Stretto fra robuste travi di legno, legato davanti e dietro, e parzialmente sollevato da terra, l’animale si dimenava terrorizzato ma non poteva fare altro che farsi ferrare i piedi!
Il nome "travaj" è un francesismo che non significa travaglio ma laboratorio. Con l’introduzione della ruota idraulica, per mulini e segherie, dopo il 1400, il fabbro di paese si è spostato a fondovalle sui torrenti, utilizzando la ruota a pale per il grande maglio, forge e mole. Quell’acqua, particolarmente incubata, riusciva a soffiare aria sulla forgia. Due di queste officine furono installate ai Molini, poco sopra Mostizzolo, e a valle di Bresimo.
A Preghena, gli ultimi fabbri furono:
Carlo Sparapani (1897-1966), attivo fino al 1965. Maninfior Giuseppe (1883-1949), e dopo di lui il figlio Carlo (1923-1980) che fu l'ultimo fabbro del paese. Aveva bottega sulla vecchia strada per Livo esattamente dove si trova oggi la caserma dei vigili del fuoco di Preghena. Dopo gli anni sessanta, la fumosa officina da ferar entrò in crisi, e nelle vallecole, restano solo i ruderi creando anche un toponimo detto ai “Frari” (Rumo).