Culture d'altri tempi:
Introduzione

Il foraggio in dialetto viene detto ”fen”. Il rito della fienagione era una grande operazione agraria che si ripeteva tutti gli anni e per tre quattro volte l'anno. Coinvolgeva tutte le forze lavoro della famiglia, uomini, donne, vecchi e bambini. Per fienagione si intende la raccolta di erba sui prati (falciatura), l'essiccazione al sole (stenditura, rivoltaggio e raccolta), il trasporto a casa con appositi carri (brozzi) e lo stoccaggio sul barc (fienile), il grande spazio collocato nel sottotetto della baita contadina. Dico baita contadina e non casa, perché ormai c'è una grande differenza tra le due strutture. Ancor oggi in Val di Rabbi si può notare la baita conservata e restaurata. Il lavoro della fienagione è assai complesso, ricco di riti, tradizioni e regole e nel nostro dialetto di Preghena l'intera operazione si dice "nar a far fen". Si tratta di una delle più antiche pratiche contadine e la sua storia inizia con l'uomo agricoltore, quando più di 6000 anni fa, smise di fare il raccoglitore errante, il cacciatore e il pastore vagabondo fermandosi in un posto a coltivare la terra. Siamo all'epoca di Ozi, l'uomo mummia conservato a Bolzano. Col nome di fen, gli abitanti di Preghena intendono l'erba falciata ed essiccata, mentre quella fresca la chiamano ”erba verda”. Il foraggio può essere: fen quello di primo sfalcio (maggengo), argjòr  quello di secondo taglio (lugliatico), terzòl il terzo raccolto (agostano) e quartòl quello di fine settembre. Altri paesi adottano altri nomi, ad esempio: el prim, el secont, ecc. Non solo, il foraggio può anche essere distinto in "chel dei pradi e chel de mont”. Il primo è fieno più grossolano e lungo, mentre il secondo è corto, sottile e soprattutto profumatissimo!











La Carta di Regola

Si tratta di un regolamento comunale antico, molto in uso in epoca medievale, dentro al quale sono scritte regole per ogni attività agricola e specifiche penalità per ogni trasgressione. Anche la fienagione aveva le sue norme; infatti era stabilita la data di inizio, prima a valle e più tardi a monte. Regolava la pratica del pascolo, in certi mesi libero su tutti i prati di valle, anche privati e poi permesso solo in malga. Per questa ragione esistevano a lato delle strade apposite protezioni dette ”strupaje”, fornite di aperture d'accesso ai prati dette “vajoni”. Solo nelle proprietà dei Nobili era sempre vietato entrare... Nelle proprietà private c'era spesso la strada di servizio ai prati, (consortile), una carreggiabile non tracciata col fondo inerbito, che sfociava sulla strada comunale protetta dal vajon. La Carta di Regola prevedeva per la fienagione date precise, affinché nessuno potesse passare sulla proprietà altrui prima che fosse tempo di raccolta. Nel caso di necessità bisognava avvisare il Saltaro (messo comunale) e pagare i danni (d'erba calpestata) ai singoli proprietari. Se invece la fienagione era prossima, si poteva passare con i carri, ma prima si doveva falciare, essiccare e raccogliere a ”mucleti” (piccoli mucchi) il foraggio altrui lasciandolo sul posto. Chi aveva finito il foraggio raccolto l'anno prima e aveva urgenza di falciare erba nuova, doveva avere il consenso dell Saltaro per poterla tagliare. Per questa ragione succedeva che l'intera comunità paesana si trovava spesso a far fen contemporaneamente nelle stesse zone e il Saltaro osservava e multava chi faceva il furbo! Una cattiva abitudine era quella di non rispettare i confini e di conseguenza chi faceva il furbo era tenuto d'occhio in modo particolare. I nostri Avi amavano lavorare in compagnia perché erano abituati nel plùbeç e anche perché insieme il lavoro risultava meno noioso. Si cantava, si facevano scherzi e lazzi, ci si sfotteva tra confinanti per certi lavori mal riusciti, per la lentezza di certi operatori, ci si osservava, ci si confrontava e gli anziani sceglievano la brava ragazza da dare al figlio in età d'amore. Se i prati si trovavano lontani dal paese, come quelli di Tinarz, si pranzava al sacco e si rientrava a casa alla sera tarda. Era ambizione rasare il prato alla perfezione e rastrellare la superficie in modo perfetto, senza che un solo filo di fieno andasse perso. Le donne e le ragazze erano maestre in questo ed era un punto di merito fare presto e fare bene perché cosi facendo non rischiavano di “farsi chiudere nell'ort" (farsi superare). Il fronte del lavoro, falciatura e rastrellamento, era sempre lineare e chi poltriva e rimaneva indietro veniva notato e sfottuto: “Tes fatt serar n'te l'ort!”. Altra regola non scritta ma sempre imposta dagli anziani era quella di non attraversare mai il prato con il rastrello in spalla. Quell'attrezzo bisognava sempre tirarlo a strascico perché avrebbe raccolto ancora un pugnetto di fieno, pochi grammi, ma come dicevano gli anziani: “en pòch, vicin a nauter poch, el fa en muchel grant”.

La tecnica

Di buon mattino, di solito intorno alle quattro, si partiva a piedi per la falciatura e se questa era sul monte Pin, si partiva anche prima. Gli attrezzi da lavoro si portavano a spalla: “la fauc” (falce), la “plantola” (incudine e martello appositi per l'affilatura della lama), “la forcia da fen” (tridente) e ”el restel” (rastrello). Infilato nella cintura dei pantaloni c'era “el cozzar con la preda” (bustina e cote). Più tardi seguivano gli anziani con donne e bambini, tutti sistemati sul carro di famiglia. Si iniziava a falciare l'erba nel punto più basso del prato e si procedeva verso l'alto operando da destra verso sinistra perché questo è il modo di usare la falce. Dopo essere stata falciata l'erba fresca si trovava sistemata in antane (andane) e si doveva sparpagliare  di nuovo su tutta la superficie del prato. Questa operazione era detta “far fòr l'erba” e serviva ad esporre al sole tutta l'erba. Di pomeriggio le donne rivoltavano il prodotto semisecco usando il rastrello in maniera particolare, a scatto, e l'operazione si chiamava “votàr el fen”. Gli uomini invece continuavano a falciare. Di sera, al calare del sole, prima che scendesse la rugiada, il prodotto veniva stretto su una superficie minore e raccolto in grosse andane. Questo permetteva al prato di asciugarsi meglio. Il giorno dopo bisognava spargere di nuovo il foraggio semiverde, far fòr, e di pomeriggio lo si rivoltava. Talvolta, nelle estati molto calde e molto soleggiate, verso sera, il fieno era già pronto da caricare sul carro e portarlo a casa. Di norma erano previsti tre giorni di lavorazione per ogni sfalcio. Ora è tutto diverso, la fienagione è una delle tante operazioni meccanizzate e come tale, farebbe inorridire i nostri Avi, tanto meticolosi e precisi in tutti i particolari, più per ambizione che per veri motivi agro-economici. 


Carico di fieno

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