Storie e culture boschive:
Taglio del legname per grandi necessità pubbliche
“Tajo” è termine dialettale che sta a indicare il taglio di numerosi alberi maturi. E' operazione complessa faticosa e pericolosa che va opportunamente pianificata. Un tempo il ”tajo” veniva deciso dai "Saggi", i consiglieri del Regolano (Sindaco) i quali, ravvisatane la necessità, davano inizio alla programmazione.

Le fasi operative erano cinque:

- Decidere quanti alberi abbattere, dove farlo, e quando

- Organizzare le squadre di boscaioli detti " i borari"

- Ripulire le vie di comunicazione, tramite ”plùbeç”

- Organizzare i carrettieri per il trasporto del legname a valle

- Provvedere a "martellar " (segnare) gli alberi da abbattere. Un colpo secco alla base del tronco con una speciale mannaia detta "martèl", indicava che quell'albero era stato scelto, contabilizzato e marchiato. L’operazione era detta "nàr a martellar".

I borari sono gli specialisti del bosco, uomini rudi, allenati, abituati a tutte le intemperie e accorti, perché si tratta di lavoro pericoloso. Sono divisi per specializzazione e lavorano in serie in una precisa filiera produttiva. C'è chi abbatte l'albero ed è attrezzato per questo, chi lo spoglia dei rami ed è attrezzato per farlo, chi seziona il tronco in ”bore e borei” e dispone di altra attrezzatura ancora, chi raccoglie le bore e le convoglia sui tovi o dentro apposite canalizzazioni preparate al momento ma che sboccavano laggiù sulla ciargiadora a lato strada, per essere poi accatastate e pronte per essere poi vendute all’asta. Ogni operazione richiede alta conoscenza del lavoro perché abbattere un albero alto anche 30 metri e volerlo mandare in una precisa direzione, non era cosa da tutti. La sezionatura del tronco in “bore” di 4 metri, richiedeva conoscenza del legname e se l’albero presentava delle anomalie (storto, ferito, marcio) bisognava recuperare il recuperabile sezionando a misure più lunghe o più corte in modo da fare meno scarto possibile. Bisognava anche assecondare le necessità del compratore, che talvolta voleva misure diverse e precise. Metri 2,50 per uso ferroviario, metri 6-8-10 per travi da tetto, metri 0,60 per uso legna da ardere. Altro sistema di trasporto del legname a valle era quello della fluitazione durante i torrenti in piena o creando onde d’acqua artificiali utilizzando "bojòni". Alla maniera dei castori, si bloccava il flusso d’acqua con mini dighe formando dei laghetti (”boioni”), si immergevano le ”bore” e poi si abbatteva la diga e l’onda trasportava il tutto fino a valle.

Il trasporto su strada invece era opera dei "ciaradori", una categoria di lavoratori ricca di storia e tale da essere ben spiegata in apposita trattazione. L’operazione di taglio è ancora nella memoria di tanti anziani preghenesi, tra loro tanti borari. Quando il tajo era consistente e lontano da casa, si viveva sul posto dormendo in malghe o dentro a rifugi appositamente preparati utilizzando cortecce fresche di alberi abbattuti.

Ritornavano al paese sfiniti per fare provviste alimentari e per dare un bacio a moglie e figli una volta alla settimana. Anche in un lavoro così poco attraente, non mancò la concorrenza fra ”borari” e squadre di fuori valle, e dove la miseria era ancora più nera arrivavano a contendere le aste comunali. Un giorno, nel primo dopoguerra, nel Mezzalone ci fu l'asta al miglior offerente per il "tajo" deciso alle ”Malgazze” e vinsero i “borari furesti” della Val Rendena. I "bresmi" in particolare, formidabili famiglie di ”borari”, persero l'occasione e ingaggiarono con i nuovi arrivati grosse diatribe e non solo a parole. I rendeneri fecero asta al ribasso e loro lo potevano fare in quanto più attrezzati anche con teleferica. Voce di popolo, nel Mezzalone, lasciò intendere che i ”bresmi”, boicottarono continuamente la teleferica e che la bloccassero ripetutamente per giorni. Una maledetta guerra tra miserabili. Dopo le prime devastanti esperienze d’asta, qualche squadra si sciolse e gli operatori delusi vollero riprovare in proprio l'avventura ma non andò bene per tanti motivi.

Costanzi Ferruccio di Malè, classe 1930 ancora vivente, è uno di questi e proprio lui mi raccontò questa vicenda vissuta:

“.... nel 1947, io ed altri due soci, comperammo dal Comune 320 larici adulti e maturi cresciuti sulle pendici del monte Mondènt (Arnago) per £. 19.170. Abbattemmo quelle piante, le riducemmo in bore scorzate da m 4 , le trasportammo sulla strada coi nostri "bròzzi" e facemmo la cubatura, col risultato di 280 m. cubi di legname pronto da segheria. Ci volle tutto l'inverno e la primavera successiva. Le vendemmo alla ditta Guatta/Caldini di Bologna con l'impegno di consegnarle sulla piazza di Cles. Nel 1948 il legname era fortemente sceso di prezzo, valeva appena 32,50 lire al m. cubo... Così abbiamo incassato solamente 9.100 lire, perdendo 10.000 dei nostri soldi e tre mesi di grandi fatiche!...

Non solo, la Guatta/Caldini, di quella fornitura, ci contestò alcune "bore", trovandole commercialmente scadenti e ci detrasse dal conto sei metri cubi di legname... A quel punto, (narra il Costanzi), mi sono messo a piangere e la Guatta-Caldini, per consolarmi, si offrì di pagare la farina da polenta consumata in quell'inverno, trascorso lassù sul Mondent…”

Con gli occhi ancora rossi dalla rabbia e con una nuova lacrima al ciglio, riprese a dire:

“....eravamo in tre, lavoravamo 5 mesi d'inverno con la neve alta fino al ginocchio, lavoravamo tutte le ore di luce che Dio ci mandava, dal lunedì al sabato compreso, noi e i nostri tre cavalli. In totale contammo 440 giornate complessive e guadagnando circa 21 lire al giorno, tre lire l'ora! Abbiamo vissuto nei "baiti" trovati nella zona con temperature che la notte arrivavano a meno 20 gradi, dormivamo nelle "zaje" completamente vestiti anche con le scarpe per non gelarci. Mangiavamo minestroni di orzo conditi con fette di pancetta affumicata che portavamo da casa ogni lunedì, razionando bene le scorte, separandole in quote giornaliere da dividere ulteriormente ogni giorno nei tre pasti quotidiani! Scendevamo a valle il sabato sera. Nei punti più pericolosi di quella ripida stradina di monte, dovevamo "spònar" per non far cadere a valle la slitta, le bore e l'ciaval (cavallo) .”

Ricordo anche le frasi tristi e piene di amarezza che sentivo dire dai "borari" di Preghena, e la più frequente era questa:

“Se laoràva semper par n' ghott !.....

Adess i fà le strade, ven su i tratori e i Carnèra,

e noi poden brusàr i nòsi bròzi e magnàr i nosi muli !....”

Cioè: si lavorava sempre per niente! Adesso costruiscono le strade di bosco, arrivano i trattori e i camion e noi ”borari” possiamo bruciare i nostri attrezzi e macellare i nostri muli!

Dopo il 1955 di fronte a questa situazione i nostri "borari" si trovarono effettivamente spiazzati e qualcuno tentò di reagire organizzandosi in proprio con dei modesti motocarri insicuri e traballanti costruiti assemblando residuati bellici.

Un po’ per imperizia e molto per la precarietà dei mezzi, rischiarono più volte la pelle. A ricordarli restano gli anziani e tanti ex voto appesi nei Santuari di Baselga, S. Romedio, e Senales.

Bore e borari anni 50

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