Storie e culture boschive
"el bosch" (il bosco)
In dialetto noneso il bosco viene detto "el bosch" con accento stretto sulla “o” e sta ad indicare una selva naturale di tante specie vegetali. Può essere demaniale, comunale o privato e presenta configurazioni diverse a seconda degli ambienti in cui sta. La sua composizione vegetale è varia e cambia a seconda dell’altitudine, dell’esposizione a nord o a sud, del terreno calcareo o argilloso e dall’acqua presente nel terreno. Nel Mezzalone prevalgono le conifere, abete, larice e pino, ma non solo. Infatti troviamo latifoglie (faggi, frassini, carpini, noccioli, roveri, robinie, salici e ontani). Con lo scorrere delle stagioni il bosco si veste di nuovi e stupendi colori, fino a diventare spettacolo nel tardo autunno. Si calcola che 7.000 anni fa il Trentino fosse occupato dal bosco per l’85%, verso il 1860 dal 47%, dal 1970 ad oggi circa il 55%. Una pubblicazione del Servizio Forestale Trentino (1998) precisa che il bosco è per il 70% posseduto da Comuni e frazioni, il 27% da Comunità di Valle, il 2% dal Demanio Provinciale ed il restante 1% dai privati. A quota 2500 s.l.m., il bosco cede il passo al prato naturale, alla nuda roccia o al ghiacciaio. L'attività boschiva del noneso non è mai stata una vera attività agricola, ma la ricerca di legname per le tante necessità quotidiane: legno da opera, legna da ardere, qualche essenza mangereccia o medicamentosa, frutta, caccia e pesca. Non raccoglieva nemmeno i funghi perché li pensava pericolosi fino alla fine ‘800 quando il solandro Giacomo Bresadola li classificò. Prima dell’anno mille dopo Cristo il nostro bosco era indiviso, ma in seguito ci furono memorabili diatribe tra le diverse comunità di valle, come quella scoppiata nel 1309 tra “bresmi e mezzaloneri”. La descrisse nel 1915 Don Depeder, un sacerdote di Bresimo…

“Era l'anno 1309 quando si apre la diatriba Monte Forzio, ma la questione si ripeté anche il 30 ottobre 1417 .”

Nel primo accenno del 1309 si dice che le Pievi di Livo, Cis, e Bresimo si divisero il patrimonio boschivo circostante e ne fissarono i confini. Quelle comunità pievane scrissero norme definitive che vennero poi votate da un comitato di Saggi detto "dei diciotto" che qui riporto:

“…che tutto ciò che ritrovasi dentro i termini ora posti, dividenti li beni comuni, dalli particolari, venga posseduto e goduto in comunione fra le suddette comunità, Livo, Scanna, Cassino (oggi Varollo), Preghena, Bresimo e Cis .”

“… che tutti gli arbori, di qualunque sorta, salvo solo li roveri ed orni ("ovene") che resteranno riservati ed ingaggiati (coltivati a gaggio -" giacz " ) in qualunque tempo, e quelli arbori, che ritrovansi nelli prati, dal dì di S. Giorgio perfino alla Madonna di settembre ( 8 Sett.), saranno liberi sin sui monti Bordolona, Binazia, Prafòrz, lungo il rio della Malgazza.”

“… che li pascoli vengano sempre goduti in comune fra le suddette comunità.”

“… che nessuno possa, ne debba far fratte (terreno comunale lasciato coltivare da un privato gratuitamente) nelli prossimi dieci anni venturi.”

“… che niuno possa ne debba pascolare, ne tanpoco fermarsi nelli masi delli Signori fratelli Nicolò ed Arnoldo di castello Altaguarda, situati nel monte Anzana regolare del Mezzalone di Livo, dal giorno di S. Giorgio perfino a S. Michele. Così parimenti nel maso di ragione del domino Odorico quandam Arpio di Cassino sito nel monte Acadico, (“Cadìcc”) come stessamente la casa spettante a Nicolò Calovi di Preghena, posta nelle pertinenze del Mezzalone di Livo, al loco detto "al Scandòlar".”

Dopo diatribe legali e liti a non finire, si arrivò finalmente alla Carta di Regola dentro la quale il bosco trova norme e regole precise. Particolare attenzione fu posta alle specie vegetali più devastate dall’eccessivo sfruttamento fatto dai feudatari locali. Da allora, apposite guardie, dette ”Saltari” del bosco e in gergo odierno "el Ciàmpèr", provvedono al controllo del patrimonio boschivo giorno e notte, anche oggi. Preghena ebbe la sua prima Carta nel 1309. Chi violava la Regola veniva punito. Per utilizzare i prodotti del bosco, se inizialmente fu facile, col tempo non lo fu altrettanto, per diversi motivi. Innanzitutto perché esistevano dei confinanti che avevano la stessa necessità e poi perché la zona a bosco libero era sempre più lontana da casa e sempre più in alto. Per accedervi si dovettero costruire a "plùbeç" le prime strade di monte, che in precedenza erano "tovi " da percorre con ”sgiazze” . Fatte le strade venne in uso il trasporto con "el bròz" (foto), si posero “le ciargiadore, le slargiadore, i ciaretàri e gli aguari”.

Eccone una breve spiegazione:

“le ciàrgiadore” erano piazzole di carico per ”bròzzi” e venivano costruite a lato della strada per non essere d'intralcio al traffico. Di solito si posizionavano nei pressi dei ”tòvi” dove per slittamento arrivavano a valle le ”bore”. (foto)
“le slargiadòre” erano allargamenti stradali (svincoli) dove i "brozzi", larghi circa m 1,20 , si potevano incrociare l’un l’altro come avviene anche oggi nelle ferrovie a binario unico. Venivano posizionate a distanza calcolata e soprattutto nei punti più stretti come quelli a fondo roccioso. Strano a dirsi, ma anche al tempo dei nostri Avi non era facile preparare "slargiadore" su terreno privato, e la Carta di Regola del 1309 dovette intervenire così:
“...multa a chi non provvedesse a ritirare i propri confini per dar modo alla comunità di creare spazi stradali di uso pubblico e da adibire a ciargiadora, slargiadora e ciaretàr…”

"El ciàretar" era anche lui una piazzola di lavoro dotato di una particolare struttura a sbalzo che serviva a modificare l’assetto del carro. In altre parole, levare o mettere sotto al carico la ”ciarèta”, la parte a rimorchio del ”broz”. Trovava collocazione nel punto in cui la strada variava di pendenza passando da forte discesa a strada piana o in salita. Non venne mai installato su strade in discesa. In quel posto veniva parcheggiata la ”cierèta” quando si era in salita col ”broz” e la si riagganciava tornando a casa. (foto). Le strade di allora erano in terra battuta, tracciate in modo sommario, con pendenze che potevano raggiungere anche il 30% e che le piogge battenti le potevano facilmente rovinare facendole diventare fossati. Servivano allo scopo gli ”aguari”, canali trasversali d’arresto dell’acqua con scarico a valle. Ce ne sono ancora sulla strada della Malgazza. Del carro da boscaiolo si trovano tracce scritte a partire dal 1331 e fu l’unico mezzo di trasporto dei contadini per secoli, diventando obsoleto appena dopo gli anni sessanta, quando la nuova viabilità asfaltata permise il transito a trattori e camion.
Per grandi necessità di legname o per finanziarie grandi lavori di pubblica utilità, si praticava “el tajo”, per le necessità familiari “l' Assegnazion” , e per il fuoco quotidiano da alimentare in baita, “la broscia”. Una diversificazione d’uso ancora attuale, ma molto antica.                                                          


                                                                    Clicca qui sotto per scegliere l'argomento desiderato.


el Bosch

Horloge pour site Orologio per sito