(adacquare, irrigare)
Sta ad indicare l’irrigazione di campi e prati, pratica agraria già nota ai romani, che prese avvio nel Mezalon, dopo il 1500, quando furono costruiti i primi rudimentali acquedotti, detti in gergo i léçi. Prima ci si affidava alla pioggia naturale e se questa tardava a venire era miseria nera! Una maledetta girandola di fattori negativi rallentava il progresso: mancanza di denaro, divieti incrociati della nobiltà feudale che non concedeva l’accesso all’acqua e nemmeno il passo sulle loro proprietà, orografia della valle inadatta, dislocazione della campagna su costoni aridi, poneva i contadini in condizione di paurosa impotenza. Se non pioveva a sufficienza, la gente pregava i Santi del Cielo, al limite della disperazione, prodigandosi in lunghissime processioni penitenziali da un Santuario all'altro, e senza mai disperare. Famosa nel Mezalon la processione dei todesci (tedeschi) provenienti da Proves e diretti al Santuario della Madonna di Baselga.

Con l'arrivo della patata, del mais e delle prime concimazioni, l'acqua divenne assolutamente indispensabile e la popolazione dovette procedere alla costruzione di incredibili canali irrigui cooperativi. Siamo alla seconda metà del 1500 ma fu il 1600 l’era degli acquedotti, quelli veramente capaci di sostenere l’approvvigionamento idrico ad uso agricolo zootecnico e civile. Un lavoro immenso. Si doveva collegare più sorgenti d’acqua fra di loro per ottenere discreti volumi d’acqua che fossero costanti. I nostri Avi, uniti nel lavoro a plùbeç (lavori pubblici), arrivarono alla costruzione di tre canali irrigui: el Soj, el Saudern, e l'Praposin, tuttora esistenti.
Il “Soi” preleva l’acqua dal torrente Barnes, e si allunga fino a Preghena. E’ il più vecchio. Secondo Luigi Gentilini di Preghena, classe 1908, un acquedotto rudimentale, in terra battuta, ricco di ponteggi e canalette di legno che perdevano mezza acqua lungo il tracciato. Fu  rifatto più in quota, nel 1915 e lo afferma anche Don Depeder, precisando che portava a Preghena molte vipere vive! Queste cadevano dentro al canale scoperto e l’acqua le portava a Preghena dove si dovette catturarle con apposita vasca trappola.

Dal libro LIVO, si apprende che nel 1513 il paese di Cagnò ebbe l’acquedotto, che Scanna lo ebbe nel 1803 e che costò 200 fiorini. Il primo tracciato del Soi fu abbandonato a causa di frane nel 1906, ma l’anno prima, e per interessamento di Don Luigi Conter di Livo, fu avviato il progetto di quello nuovo , terminato nel 1911. Il secondo canale, detto in gergo el Saudern,  preleva l’acqua al Rio Lavazzé, a valle dell’abitato di Lanza (Rumo), e con un tracciato orizzontale nei fianchi del Monte Pin raggiunge la comunità di Preghena, in località Rauti e Salec. La sua costruzione è del 1900 . Il terzo canale è detto Praposin e scorre parallelo al Saudern, ma a quota molto più bassa. Inizia sul torrente Pescara e arriva a Preghena, dove piega a sud per scendere a  Livo, Varollo e Scanna. Per rendersi conto di che opera faraonica fosse la costruzione di un léç , basta andare all'orrido del torrente Tresenga, sulla strada di Tovel (a Tuenno-Val di Non), un'opera del 1850/1852 terminata fra notevoli difficoltà operative, economiche, e politiche! C'era infatti la “fazione” guidata dal parroco che lo voleva costruire, ma la “fazione opposta” sostenuta da interessi personali non lo voleva, temendo catastrofiche frane… 
Marco Pilati nella sua storia dell’economia dei bachi da seta in valle di Non, scrisse :

… Don Gioseffo Pinamonti (l’ideatore del progetto) dovette rifugiarsi di notte fra le balze del Noce per scampare all’ira della folla tumultuante perché fautore accalorato del progetto; a Cles avvenne una chiassata tumultuosa davanti alla casa del delegato consorziale Giuseppe Bertolini. A Mechel, oltre all’opposizione al passaggio del canale irriguo sulla proprietà privata e alla stima degli indennizzi relativi, si tentò a mano armata di impedire i lavori.
Nanno suonò le campane a martello allorquando si immise l’acqua nel canale, essendosi diffuso il preconcetto che le infiltrazioni d’acqua (perdite della conduttura primaria) avrebbero fatto rovinare a valle il villaggio. A Rallo nel 1865 Don Federico Tabarelli consigliò la gente a non pagare gli ammortamenti (le rate) del debito, ciò che sollevò una vibrata protesta del sindaco di allora presso le autorità competenti.

Si trattava di opere importanti, destinate allo sviluppo economico di interi paesi e per questo il canale irriguo fu soggetto alla norme della Carta di Regola. Nei vari articoli del regolamento troviamo la nomina di un guardiano detto in gergo el sautar che doveva attivare il servizio irriguo,  controllarlo e chiuderlo a fine stagione. Guai manomettere quel canale, e severe penalità venivano elevate ai trasgressori. Il lavoro più impegnativo del "Sautàr" era però quello dei turni di irrigazione, un servizio paziente porta-porta che descriviamo qui di seguito:

IL TURNO IRRIGUO era un servizio di fornitura di acqua ad ore, organizzato dentro un turno di 12/13 giorni. Un prato grande aveva diritto d’avere più ore e viceversa. Se un prato veniva suddiviso da volontà testamentaria, anche le ore d’acqua venivano divise in proporzione. Le vicende della vita purtroppo, interferivano in questo servizio e ci fu chi vendette le ore d’acqua a causa di debiti famigliari, spesso contratti all’osteria… Giunto il momento di irrigare, di solito a fine aprile, bisognava riattivare el letz e questo significava ripulirlo e riassettarlo in tutta la sua lunghezza. Non era lavoro da poco e per questo, tutti gli aventi diritto all’acqua, dovevano partecipare in proporzione alle ore utilizzate. Il saltaro provvedeva ad assegnare gli impegni e stabiliva il giorno destinato alla riattivazione collettiva e si andava a letzar (pulire il letz). Dentro alle proprietà private, si provvedeva in proprio e quei canali e cataletti irrigui venivano ripuliti usando una particolare zappa detta el zàpòn. Era un attrezzo strano, da una parte zappa, dall’altra mannaia, che serviva a ritagliare bene le sponde delle canalette nel tappeto erboso. Finiti i preparativi, il Saltaro passava porta a porta e assegnava i turni irrigui. Lo faceva scrivendo col gesso da scuola sui portoni delle case : sabo ore 3 di notte a Salec . Erano ovviamente utilizzate tutte le ventiquattro ore del giorno, e il sautar specificava se quel tre era di giorno o di notte.
Si irrigava a scorrimento, facendo scendere l'acqua lungo il tappeto erboso e non era facile finire di irrigare il proprio prato negli anni di grande siccità. La derivazione dell’acqua dalla condotta principale si faceva usando apposite strutture dette le ussare, e nel proprio prato le pale da dakar (sbarramenti).

L'ultimo Saltaro a Preghena fu Carlo Alessandri, classe 1948. Il sistema non reggeva ormai più alla bisogna, c’era troppa dispersione d’acqua e il territorio, ormai tutto frutticolo, aveva altre necessità. Fu l’intervento della Provincia a risolvere radicalmente il problema introducendo l’irrigazione a “ pioggia“ prima e quello a goccia poi.