In dialetto noneso (della Val di Non) significa allevatrice, ed è uno dei tanti mestieri andati perduti. In Val di Fassa era la "mammana", in altre zone, chiamata con altri nomi. Era un personaggio importante, noto a tutta la comunità paesana, ed era al terzo posto nella scala sociale di quei tempi, dopo il Prete ed il Regolano (Sindaco).
Nei paesi più grandi, aveva la stessa importanza del medico, del farmacista e del gendarme (carabiniere) e dopo il 1800 anche del direttore della locale Cassa Rurale (banca). Veniva interpellata in tante situazioni, anche fuori dalla sua specifica funzione, perché, bene o male, aveva una piccola cultura, talvolta aveva studiato in città importanti come Innsbruck, ed aveva moltissimi contatti sociali.
Personaggio avvezzo alle situazioni difficili, arrivava a casa della puerpera a piedi, talvolta a cavallo, o in barroccio se qualcuno andava a prenderla d’urgenza. Portava con se una borsa dentro alla quale teneva i pochi attrezzi del mestiere. Arrivata in famiglia, prendeva subito in consegna la donna in procinto di diventare madre, mobilitava le donne adulte e spediva di casa bambini e maschi guardoni. La donna teneva pronte lenzuola di ricambio, strofinacci freschi di bucato, qualche fascia, e tanta acqua bollita per l'occorrenza. Non doveva mancare la "bòza de la sgnapa" (bottiglia di grappa), che a quei tempi funzionava da disinfettante e da anestetico per il difficile momento del parto. Tutto avveniva in casa, dentro alla Stùa (camera da letto), dove la partoriente aveva concepito il figlio, ma anche dove aveva sognato la sua futura famiglia, diventando luogo a lei tanto caro.
Quel luogo era l'angolo più rassicurante che lei potesse avere e che per nulla al mondo avrebbe abbandonato nel momento così delicato e temuto.
Questo, fino agli anni settanta, quando fu d’obbligo andare all’ospedale. Le signore di campagna donne di antico stampo, prima di optare per l'ospedale, ci pensarono molto, e, in cuor loro non l'avrebbero mai fatto. Solo la paura delle conseguenze penali, dovute alle nuove norme in materia di parto, finì col convincere la donna a recarsi all’ospedale.
Quelle donne pie e tremanti non amavano certo mostrare le loro intimità agli estranei, men che meno ad un medico uomo, mentre la comare, conosciuta da tempo in famiglia, era donna amica. Annunziata Sparapani di Preghena, mi raccontò che l'ultima comare a Preghena fu la "Nàta", figlia a sua volta della Nata Betta (Fortunata), al secolo Margherita Betta. Non ricorda l'anno in cui cessò di esercitare, ma disse che fu sostituita da un'allevatrice in servizio a Livo; si chiamava Maria, esercitava la professione in tutto il "Mezalon", aveva più di sessant'anni, ricordata anch'essa come donna buona e capace nel suo lavoro.
Era la fine di un tempo... Fino alla fine del 1800, la comare veniva pagata dalle famiglie interessate, come del resto il veterinario, il parroco, ed il maestro. La comare vecchio stile, cessò d'esistere a fine anni settanta, quando nuove leggi sanitarie obbligavano il ricovero in ospedale.
La comare portava in borsa pochi arnesi: una bacinella per disinfettare in acqua bollente i ferri da lavoro, i guanti di gomma, tre quattro pinze , una forbice per tagliare il cordone ombelicale, due tre cateteri per urina e muchi, una gomma da clistere, stetoscopio di legno, qualche garza, del cloroformio e l’alcool denaturato da disinfezione. Nel 1970, veniva pagata 25.000 lire al mese, più 7.000 lire dalla "Cassa Malati" (oggi ASL).
L’aggiunta era a titolo di risarcimento per l'assistenza domiciliare. La comare aveva nelle tasche anche delle candele benedette, strumenti di fede da impiegare davanti all'immagine della Madonna per pregare nelle ore d’attesa. Comare e mamma sgranavano lunghi rosari, recitando salmi, invocavano i Santi del Paradiso, un espediente spirituale che serviva ed esorcizzare il dolore e l’attesa!