Allevare bachi da seta, un arte nota ai cinesi già prima di Cristo, e fu tale da alimentare grandi commerci tra Europa e Oriente fin dai tempi di Marco Polo.
La Val di Non fu largamente interessata da questo allevamento, dalla fine del settecento fino al dopoguerra, quando l’industria tessile optò per le fibre tessili artificiali. Dai bachi da seta arrivavano infatti i primi guadagni dell'annata agraria e significava avere in campagna piante di gelso, il cui fogliame serviva proprio al baco, un parassita di questa pianta, che è diventato fonte di reddito per le famiglie. Dalle uova nasce un piccolo e voracissimo bruco grigiastro che nel giro di venti giorni raggiunge i sette centimetri. A quel punto entra in digiuno, va in muta e tesse il bozzolo protettivo. Dopo altri venti giorni erode il bozzolo ed esce trasformato in farfalla. Si accoppia e depone le uova sui gelsi e il ciclo biologico continua.
Questo in natura, ma l’uomo lo ha addomesticato allevandolo in casa, inventando una particolare tecnica di allevamento e sfruttamento. Nel mese di maggio, quando i gelsi sono ricchi di foglie nuove, in casa si preparava la stanza dei ciavaleri, ambiente caldo, a temperatura costante di almeno 25 gradi, e soprattutto completamente buio. Nella stanza buia venivano collocati su dei trespoli a vari piani le cassette da allevamento lunghe circa due metri, larghe cm 40 con bordi alti dieci. Nel contempo si mettevano a covare le uova su dei panni umidi e caldi tenuti in cucina a temperatura costante. Talvolta, erano le donne a fare da chioccia alla covata ponendo quei panni in seno. Il giorno della schiusa, iniziava un frenetico lavoro che vedeva gli uomini in campagna a raccogliere foglie fresche due volte al giorno, le donne ad asciugala all’ombra, sminuzzarla, e darla in pasto al baco dentro le cassette. Ad ogni rifornimento, il filugello passava sulle foglie nuove e avevano qualche pausa durante le quattro mute e poi riprendevano a mangiare più alacremente di prima. Dopo venti giorni, silenzio, aveva inizio “la salita a rama” a quel punto invece di porre nuove foglie si inalberava un cespuglio di rami secchi sul quale saliva il bruco maturo per fare il nido, la galletta oro, costituita appunto dalla seta.
Iniziava la conta dei giorni, e non si doveva sbagliare perché la farfalla matura avrebbe roso il bozzolo e rovinato la seta. Per arrestare l’insetto si raccoglievano i bozzoli e si portavano alla filanda per essere cotti in forno a 50 gradi. Un bozzolo forato non valeva più nulla. Il bozzolo “morto” poteva invece essere conservato a lungo e filato in casa. Anche questa particolare attività agricola, aveva i suoi drammi, le malattie del baco e le furbizie commerciali dei filandieri. Pebrina si chiamava la malattia e scorrettezza commerciale il problema. La prima era causata da un bacillo, lo stesso che oggi si usa nella lotta biologica degli insetti, la seconda era che al momento della raccolta non si presentava nessuno a comperare il prodotto. Il contadino doveva svendere, prima che la farfalla uscisse dal bozzolo rovinando l’intero raccolto…
In Val di Non, in seguito, sono nati i filatoi cooperativi, ma la Pebrina e il nylon decretarono la fine di un’epoca, quella del baco da seta. Nel distretto di Cles operavano 10 filande delle quali 6 a Cles, una a Flavon, una a Taio, una a Tuenno ed una a Cis. Denno e bassa Val di Non erano iscritte al distretto di Mezzolombardo. Un promemoria del 1766 giudica la produzione di seta in Valsugana e Val di Non in 20.000 libbre (una libbra=334gr) e solo Flavon ne produceva 6892 libbre (2.300 kg).
Negli anni cinquanta tutto era finito e le mele sostituirono il gelso.