L’opera di questi lavoratori è più seria, coinvolgeva grandi interessi e furono attivi per secoli in tutte le valli trentine. Producevano calce da costruzione (cialciaròti) e carbone per la legna gli altri. Lavoravano in gruppi nel bosco comunale o nelle pietraie calcariche della zona, un lavoro durissimo, mal pagato e fonte di tante disgrazie che durò fino agli anni cinquanta. Per capire la loro opera, è necessario descrivere bene il loro lavoro. Bisognava stabilire il luogo in cui piazzare il cantiere e questo doveva essere ricco di alberi adatti per i ciarbonari, e una cava calcarea dove trovare le pietre adatte ai cialciaroti.
La Carta di Regola stabiliva norme e regole. Il legname adatto per produrre carbonella era costituito da faggi, olmi, noccioli, robinie, frassino, carpine ed altri ancora ma non larici abeti e pini a legno resinoso. Quel legname doveva essere tagliato, raccolto in biche e lasciato seccare al sole per un anno.
La pietra adatta è quella calcarea, assai abbondante nelle nostre valli.
Seccata la legna e costruita la fornace da calce, il lavoro si differenzia assai e per questo lo accenno distintamente.
I ciarbonari,
costruivano il cosiddetto “pojàtt”, una bica di rami accostati in piedi in mezzo allo spiazzo di terra battuta. Un conoide che poteva avere quattro metri di diametro per tre di altezza, cavo all’interno per inserire braci ardenti e necessarie ad innescare la combustione. Per evitare che la bica diventasse un rogo e finisse in volgare cenere, si chiudeva il cono con un manto di terra e foglie bagnate, un vestito impermeabile che impediva all’aria di entrare liberamente. Tramite opportuni fori del manto, e qui stava l’arte del carbonaro, si modulava l’accesso dell’aria all’interno, e la combustione avveniva in carenza di ossigeno, trasformando il legno in carbonella. Il processo poteva durare anche una settimana e il pojàtt doveva essere custodito 24 ore su 24 , lavorando a turno.
Cinque quintali di legno, davano circa un quintale di carbonella.
Alla fine si otturava la respirazione e il processo di carbonificazione finiva. Lasciato raffreddare per due giorni, si levava il guscio di terra e la carbonella era pronta da insaccare e portare al mercato. Erano lavoratori stagionali, talvolta famiglie che si spostavano in montagna e lo facevano per generazioni. Don Depeder scrisse (1915) che quest’attività ebbe periodi intensi anche nel Mezalon, arrivando a decespugliare interi costoni di montagna, fino a procurare problemi idrogeologici. Ricorda che le pendici della Valle di Campo, quelle dell'Avert e dei Masetti, furono completamente disboscate e rese franose. Principale responsabile, la nobiltà medievale, che a partire dal 1200 ebbe bisogno di carbonella da impiegare nei forni per fondere l’argento, un metallo prezioso presente in Trentino. Secoli dopo, a fine '800, ci fu anche la grande richiesta di carbonella per il funzionamento di fabbriche, ferrovie e la produzione di gas cittadino. Non c’era ancora l’illuminazione elettrica. Nel 1993, ho intervistato Giovanni Datres (1909-1997) e imparai che anche lui, in tempo fascista (1936), fu inviato da militare ad imparare l'arte del carbonaio. C’era con lui anche Betta Stefano, classe 1904.
Mussolini, aveva bisogno di carbone nazionale per sopravvivere alle “Sanzioni” imposte dalle Nazioni Unite all’Italia fascista qualche mese prima. Finito il periodo dell’apprendistato, lavorarono per Mussolini, e finita la guerra, continuarono in proprio a causa della carenza di benzina procurata dal conflitto mondiale. Da produttore privato, Giovanni acquistava partite di legna dai contadini, le carbonificava aiutato dai carbonari di Storo, e vendeva la carbonella sul mercato di Cles. In quegli anni la vendeva anche ai camionisti locali che la utilizzavano per gassificare la carbonella in apposite strutture montate sul camion: il cosiddetto gasogeno. A Bondone di Storo (Tn), sopravvive ogni anno l'annuale manifestazione del ciarbonar, rievocazione storica di quel lavoro, e l’ultimo ciarbonar di quella zona fu Italo Cimarolli.
I cialciaroti
A differenza dei primi, i cialciaròti, producevano calce viva . Anche loro, avevano bisogno di legna, ma questa poteva essere di ogni qualità e specie, purché ben secca. La differenza stava nel fatto che il forno da calce, detto in gergo la cialciara, doveva sorgere dentro ad una cava di sassi calcarei ed in quel luogo bisognava trasportare la legna occorrente. Organizzati a squadre come i carbonari, i cialciaròti raccoglievano nel bosco la legna necessaria, la seccavano bene e l’anno dopo la trasportavano alla fornace. Bisognava costruire il forno da calce, un lavoro costoso e impegnativo, che veniva costruito a plubeç ( lavoro cooperativo) dalla comunità e periodicamente usato . Il forno era una torre cilindrica in muratura fatta di sassi resistenti al grande calore, non calcarei, alto anche otto metri, con base di quattro e aveva forma conica, quasi fosse un grosso tino da fermentazione. Alla base fori di regolazione dell’aria comburente, pareti chiuse e sommità aperta. C’era anche una apertura chiudibile posta alla base e che serviva allo scarico della calce prodotta. In seguito, il forno veniva caricato dall’alto ponendo alternati strati di legna (20 cm) e pietre (40 cm) in successione continua fino a riempimento. Finito il riempimento, si accendeva il forno, le pietre si venivano a trovare in mezzo al fuoco vivo, e la temperatura interna doveva raggiungere i mille gradi circa. A quella temperatura, e con il tempo necessario, si innescava una reazione chimica che trasformava i sassi calcarei grezzi in pura calce viva bianchissima. Il nome “viva” deriva dal fatto che l’ossido di calcio ottenuto nella cottura, in combinazione con l’acqua, crepita, scricchiola, e si muove, come fosse vivo… In seguito, quando il capo stabiliva che la massa fosse cotta, spegneva il forno chiudendo gli accessi all’aria e si lasciava raffreddare il tutto per giorni. La “calce viva” era pronta all’uso, iniziava lo scarico, la vendita, e il trasporto a casa. Nel cortile dei contadini, dietro casa o nelle cantine, c’era sempre una apposita fossa detta in gergo la busa della ciàuzz (buco per la calce), nella quale veniva posta la calce viva, la si bagnava lentamente e questa si spegneva crepitando, diventando idrato di calce detto in gergo “ciàuzz morta”. Morta perché non si muoveva più… Quel prodotto era usato da tutti per costruire muri, imbiancare pareti, e per neutralizzare il solfato di rame da irrorare sulle viti detto verderàm (verderame dal colore verde-turchese). Scaricare il forno era un lavoro pericoloso, la calce viva è tossica, ma anche perché la fretta di svuotare la struttura portava agli operai a contatto delle pietre roventi causando ustioni, anche gravi. Quel processo di produzione era già noto ai romani, i quali però lo avevano abbandonato per passare alle pietre squadrate assai più resistenti agli attacchi militari dei loro nemici. Nel Medioevo la calce fu nuovamente riutilizzata in edilizia ma l’arrivo del cemento del 1756 la sorpassò definitivamente.
A Preghena, la cialciara era stata installata in località "Cros dei Rauti", l'aveva costruita il muratore Carlo Datres su commissione di un certo Antonio Aliprandini residente a Scanna di Livo.
Quella calce però, non era di buona qualità. Altra calcara della zona era quella di Cles, ed è ricordata da Monsignore Negri nei suoi annuari di “Vita religiosa a Cles” e scrive che nel 1438 si tenne in piazza la riunione di Regola per decidere in merito alla lite con il comune limitrofo di Mechel apertasi appunto a causa della calcara.
I clesiani infatti, avevano distrutto la calcara che avevano in comproprietà con Mechel, tutto perché i soci si erano appropriati di legname in zona Lanaze senza avvisare il Comune di Cles e i clesiani distrussero il forno. Sembra però che il toponimo Lanaze citato dal Negri non corrisponda alla realtà in quanto la Guardia Forestale lo indica col nome di Lavazzé. E’ un luogo che si trova in alto, sulle pendici del monte Faé alle spalle della chiesetta del Santo, detto del “Ciatar”, posta sulla statale che da Cles porta in Val di Sole. Qualche rudere di calcara si trova ancora qua e là, mentre in Vallarsa (Rovereto) sono state restaurate e rese funzionanti a scopo turistico. A Caldonazzo in Valsugana, usano fare ogni anno una cottura di calce dimostrativa che merita essere vista.