L'antichissimo mestiere del carrettiere, in gergo noneso (dialetto della Val di Non) detto el ciaradòr sembra pervenuto dall'Asia, a sostituire quello noneso fatto a strascico, su slitte di legno, a spalla con gerle e ceste portate sulla barcèla. I nostri Avi vivevano in baite isolate, non avevano commerci con l'esterno, e non avevano strade carrabili. Disagiati sentieri tracciati da animali selvatici e dalle transumanze dei pastori erano il nostro sistema stradale. La trasformazione del carretto a grandi ruote, in carro agricolo a quattro ruote fu lentissima, e fu opera dei dominatori romani. Nel bene e nel male, il mestiere del carrettiere sopravvisse fino agli anni sessanta, quando ci fu il sopravvento del motore a scoppio e la relativa motorizzazione dei trasporti. I carrettieri resistettero a lungo per il fatto d’essere tra loro solidali e di essere riuniti in forti corporazioni: quella dei carrettieri nonesi, che nel 1700 era fortissima. Trasportavano di tutto, legname e prodotti della terra, dell’artigianato locale verso sud, generi alimentari e materie prime verso nord. In Val di Non era famosa la cooperativa trasportatori di Tuenno, forte di oltre 150 muli, attiva in particolare sul tratto stradale Mezzolombardo-Malè, aiutandosi a "predél" cioè tirare i carri pesanti con più muli nei tratti più difficili, quali le ripide salite di Denno, Tuenno e Cles, ma anche quelle di Sanzeno, Fondo e Passo della Mendola. I ricercatori di storia antica descrissero come funzionavano quelle cooperative e si legge:
"...in quelle tratte v'erano coppie di muli a noleggio, un servizio acquisibile ai piedi della difficile salita e che terminava in cima ad essa. Arrivati in cima, c'era la stazione di arrivo dove venivano consegnati i muli ai custodi, si pagava il nolo e si proseguiva col carro verso la meta. I muli stanchi riposavano, venivano foraggiati all’arrivo e poi inviati a valle da soli , con le bardature fissate in groppa. Gli animali erano avvezzi a quella tratta, sempre la stessa, e rientravano a valle quieti fino al punto di partenza, dove li aspettava una stalla e tanta biada… Bastava avviarli a valle con il semplice comando gridato: Iiii! E quelli ritornavano da soli... ".
Quella cooperativa riuscì per decenni ad ostacolare la ristrutturazione delle nostre strade, fino al 1840, quando l’Austria aprì la strada Cles/Tuenno/Rocchetta per scopi bellici. Il colpo di grazia definitivo è stato dato dalla ferrovia Trento-Malè, dalla Verona/Brennero e poi dalla crescente motorizzazione degli anni quaranta. Quella di Tuenno, non era l'unica corporazione di trasportatori , in Trentino ne esistevano altre, e fra queste i borari-paradori (boscaioli) quella dei zattereri, (trasporto fluviale su zattere) verso Verona e Venezia.
Le nostre strade d’acqua erano l’Adige, ed il Brenta, ed i nostri avi zatterieri scendevano il fiume navigando a vista , lasciandosi trasportare e lo risalivano trainati da cavalli: uno tirava dalla riva destra e l’altro da quella opposta come ancora si vede in quadri e quadretti del passato. Gli stessi vescovi, in partenza per il Concilio Ecumenico di Roma, viaggiarono in zattera sul fiume Adige… Attorno al mestiere di zatteriere è fiorita tutta una serie di iniziative, cantieri per la costruzione di zattere, porticcioli per l’attracco dei convogli, carrucole e corde per il traghetto trasversale da sponda a sponda, piazzali di carico e scarico lungo l’asse dei fiumi e tanto personale di servizio permanente e temporaneo. Le zattere erano lunghe circa dieci metri, larghe in testa 7-8 ed in coda circa 9.
Il personaggio
El ciàradòr che è sparito negli anni quaranta. Era un uomo speciale, sempre solo, davanti al suo cavallo in salita e sul carro a frenare in discesa. Che piovesse, nevicasse o ci fosse un cocente sole lui andava senza fermarsi mai! Uomo di origine contadina, aveva imparato fin da giovane che la vita è dura e con questa certezza in testa non si avviliva, nemmeno nelle grandi difficoltà che affrontava ogni giorno. Ne ho conosciuti tanti, tutti taciturni, perché non avevano nulla di bello da raccontare. Dialogava con il mulo, suo compagno di viaggio, a monosillabi e per dare ordini: Iiii... per avviarlo sulla strada, Oooo... per fermarlo, Bist per guidarlo a sinistra, Hoit ... per indirizzarlo a destra.
Carradore e carro erano sempre gli stessi, mentre l'animale o la coppia di animali al traino potevano essere di diversa natura e specie. Infatti, furono usati cavalli, muli, asini, ma anche buoi, tori, mucche e coppie anche miste, aggiogate in cobia (coppia) come cavallo e asino, mucca e mulo...
Nel traino con la cobia, c’era tutta una metodica che vale la pena ricordare, in cui influivano diversi fattori:
- l’età degli animali, uno vecchio l’altro giovane
- il sesso, un torello con una mucca
- la stanchezza, un animale riposato e l’altro stanco
- la specie, un cavallo con un asino
- la maternità, uno gravido e l’altro no.
Il bravo carradore queste cose le sapeva e provvedeva in vari modi giocando con le varie tarature della leva costituita dal giogo vette, balanzini , e balanzoni. Al museo della civiltà contadina, si può capire tutto. Quella del carradore, era una professione pericolosa, faticosa, ed anche noiosa quando un trasporto durava più giorni. La velocità di crociera di un carro è di circa 5 km ora, ma non sempre... l’andare da Preghena a Trento (55 km) poteva comportare un viaggio di un'intera giornata! Che fosse anche un mestiere pericoloso, lo testimonia la lunga serie di "Ex Voto" esposti in chiese, santuari e capitelli . Il carrettiere è stato ricordato da poeti, scultori, e pittori , come ha fatto il nostro conterraneo Segantini. In Val Rendena, lo ricorda questa canzone :
El caretér .
La rizzolina la rizzolada
l'è nnamorada e l'è nnamorada
a rizzolina , la rizzolada
'è nnamorada de n'caretér .
De n'caretér che va sempre ntorno
la not e l'giorno , la not e l'giorno
de n'caretér che va sempre n'torno
la not e l' giorno, l'è mai con mi....
( Repertorio SAT )
Non c’erano solo i pericoli naturali della strada, ma anche quello dei briganti, dei balordi senza meta, bande armate in disfatta, che da sempre infestano le strade. I carrettieri ebbero grossi problemi con la nobiltà feudale, una "piovra" onnipresente che gli attendeva alle tante dogane per sfruttarli a suon di tasse e balzelli ormai dimenticati. Dovevano pagare il pontatico per passare su un ponte, il cavallatico per pascolare il cavallo, e la dogana , una percentuale del carico trasportato.
Con il trascorrere dei secoli, disavventura dopo disavventura, anche i carrettieri si organizzarono in corporazioni, e divennero forti, e non viaggiavano più da soli come abbiamo visto sopra. Uno gli ultimi carradori preghenesi sulle nostre antiche tratte carrabili era Facini Emanuele (1901-1999).
Nel 1995, parlando con Silvio Dalla Torre residente a Fontana Nuova (Bresimo), classe 1925, carradore e contadino anche lui, mi raccontò questo:
"... nel 1964, ero un contadino che faceva il mestiere di carradore a tempo perso, ma in quell’anno smisi di fare il carradore per dedicarmi alla campagna. Nei mesi invernali, lavoravo a cottimo e dentro ad una cooperativa di trasportatori, prendevamo 5 lire al metro cubo di legname condotto a valle fino sulla strada camionabile.
Arnoldi Giovanni (classe 1907), nel 1938 lavorava per la stessa somma e trasportava bore per conto della ditta Marchi di Cles, e per la Feltrinelli, una famiglia di oriundi veneziani residenti a Mezzolombardo. Con quest'ultima ebbe dei grossi problemi. Terminato il trasporto del legname e arrivato il giorno di paga, si vide saldare il lavoro a lire 4,50 il metro cubo. Protestai insieme ai miei colleghi di lavoro ma non ci fu nulla da fare. Per consolazione ci diedero qualche chilo di farina da polenta..."
Mio nonno Bortolo, classe 1866 e piccolo commerciante di formaggio al dettaglio, usava frequentare i mercati in proprio, partiva col carro-negozio trainato dalla fedele cavalla di nome Fannj e restava in giro anche dei giorni, con qualsiasi tempo. Raggiungeva le piazze di Cles, Fondo e Malé.
L'ultimo carradore di Preghena fu Calovini Mario classe 1915, attivo dal 1940 al 1986. La migliore giornata dei carradori preghenesi, era la ricorrenza del grande mercato mensile di Cles, Revò e Malé. In particolare quello del primo di maggio a Cles. Nel giorno di mercato, fino agli anni sessanta, la gente della Valle affluiva a piedi, si portava i viveri al sacco, si mangiava in piedi alla fiera, e pochi entravano in osteria a consumare un pasto. Ricordo mio padre, che ci andava sempre per lavoro, e qualche volta osava andare all’òsto come amava dire lui. Sceglieva l’osteria più economica sbirciando dalle finestre, e non entrava dove vedeva tavoli con fiori, un lusso che bisognava pagare…
Verso sera, a chiusura del mercato, i contadini avevano denaro pervenuto dai loro prodotti e acquistavano merci necessarie per casa e la campagna. Gli acquisti leggeri e poco voluminosi finivano nel prosac (zaino) gli altri sul carro del ciarador di servizio fino a Cles. Finito il mercato si rientrava a casa a piedi ma el ciarador arrivava tardi, spesso di notte, e bisognava pagarlo il giorno dopo. Era l'amico di tutti e lo pagavano poco, talvolta un bicchiere all’osteria… D'inverno capitava anche che nevicasse ed il lento convoglio arrivava alla sua meta coperto di neve, con il carradore addormentato e quasi nascosto da trenta cm di neve addosso… Me lo raccontarono gli abitanti di Rumo, parlando del loro carradore, Vegher Silvio.