Al tempo dell'Austria, era il Shuster, ed a Preghena troviamo el Zimbli al secolo Felice Zorzi con bottega a casa, attivo fino agli anni settanta. Troviamo Giuseppe Datres, Luigi Calovini, e Alessandri Mario. Da fuori paese, giunse nel 1945 Augusto Corazza nato ad Arsio (Val di Non). Teneva bottega al piano terra di casa "Malghesi", e smise di lavorare alla sua morte nel 1989. Al loro tempo, nelle case, c’era quasi sempre qualcuno che con le scarpe ci sapeva fare, una specie di sarto aggiusta tutto, ma non era un vero cialiar professionale.
El cialiar in bottega, lavorava seduto davanti ad un piccolo tavolino basso sul quale teneva materiali di consumo e diversi piccoli attrezzi. Un angolo del tavolino, era occupato da minuscoli scomparti profondi tre centimetri ricolmi di cavicchi di legno detti in gergo i ciavicli, piccoli chiodi da calzolaio detti le bròce, suddivise loro volta, in bròce da zàpa, e somenzine. Sul resto del pianale i piccoli attrezzi: pezzi di cuoio, ritagli di tomaie, spago, pece e pochi altri accessori. Il resto era arte, buona volontà e tanta pazienza. I chiodi da calzolaio, detti in gergo “ciòdi da cialiar", venivano prodotti in Val del Caffaro, e in Val di Sole forgiati a mano. Uno strumento più grande degli altri giaceva ai piedi del tavolino ed era l'incudine a tre teste detto el pè de fer (piede di ferro) sul quale, a forza di sapienti martellate, veniva adattata alla forma la nuova scarpa.
El cialiar partiva dal cuoio ed arrivava alla scarpa pronta da indossare. La gente di paese andava da lui per due ragioni: riparare l’usato o commissionare il nuovo. Erano tempi difficili, ed era normale il tentare fino all'ultimo la riparazione delle vecchie calzature ma ad un certo punto, bisognava pensare al nuovo. Quel giorno, per il capo famiglia, era un brutto giorno: doveva acquistare a Cles (Val di Non) alle concerie Dusini o alla Famiglia Cooperativa, dove si trovava tutto il necessario e mandare il figlio dal Zimbli a prendere la misura. Per l’esecuzione, bisognava prenotarsi, prendere la misura del piede, e fare tre prove del prodotto in costruzione. Una con la scarpa appena abbozzata, una a scarpa quasi finita, l’ultima alla consegna per vedere se il cliente segnalava qualcosa da modificare.
Era consuetudine far passare dal figlio maggiore a quello minore le scarpe divenute piccole, declassare le scarpe “da festa” a scarpe da lavoro; ma a quei tempi, c’era anche il caso di famiglie che avevano un solo paio di scarpe belle per più persone, e le usavano a turno nelle occasioni varie. Uno le indossava per andare alla messa prima, uno le usava per andare alla messa grande delle ore dieci, e un altro le usava la sera per andare dalla morosa… Durante la stagione calda andavano scalzi! Era abitudine calzare due tre paia di calzetti lana fatti in casa e questo adattava la scarpa a più padroni… Il fatto di non avere a disposizione più paia di scarpe da provare, come avviene al giorno d'oggi nei negozi di calzature, comportava che le stesse rovinassero i piedi e che si camminasse davvero male. Bisognava usarle e, con il tempo si sarebbero adattate al piede. Più che scarpe, un tempo si usavano portare gli “scarponi chiodati” calzari divenuti celebri addirittura in una canzone:
..... vecchio scarpone ,
quanto tempo è passato ,
quanti ricordi, fai rivivere tu.......
Già , quanti ricordi fai rivivere tu... e gli alpini ne sanno qualcosa.
Anche il calzolaio, alla pari di altri artigiani, riuscì talvolta ad emergere, e diventare celebre: fornitore di famiglie benestanti, prelati o addirittura avere in bottega il diploma di benemerenza quale :
"SERVITORE DI CASA SAVOIA "
Come si leggeva a Trento in via Grazioli fino al 1992… ma anche
"FORNITORE DI CASA IMPERIALE"
Mi piace ricordare gli anni quaranta, quando nei paesi di campagna i cosiddetti "bulli" di paese, per farsi notare il giorno di Pasqua indossavano le scarpe nuove, quelle che camminando scricchiolavano facendo crìc-crìc. Il bullo entrava in chiesa per ultimo, percorreva la corsia centrale bello dritto, e andava a sistemarsi nei posti liberi il più avanti possibile, per far sentire il suo crìc-crìc a tutti i fedeli in silenziosa preghiera. E le ragazze commentavano…
Senti senti, passa el "bullo" de turno, el già en par de sciarpe nove ...
Il giovanotto sapeva d'essere osservato, commentato, e per quegli anni ingenui, fatti di niente, era importante il farlo sapere.