Al piano terra, dopo il 1950, le stalle sono chiuse e meno maleodoranti, in quanto nuovi regolamenti comunali vietano l’ammassamento di letame nei cortili e lungo le strade.
Sulle strade, la buona educazione delle famiglie e gli spazzini comunali ripulivano lo sterco casualmente caduto sul selciato. I magazzini sono chiusi, smaltati in cemento tirato a fino. Nei pressi della casa si fa ordine e pulizia, spariscono capanni e recinti, e tutto diventa più bello con l’installazione di graziosi giardini.
L'acqua potabile, già fluente alla fontanella del cortile, viene intubata, posta in pressione e può raggiungere anche i piani superiori. Altre modifiche rendono inutile il ponte carraio d'accesso al primo piano che viene sostituito da paranchi e demolito per far posto ai primi garage.
Il vetro lavorato a lastra leggera, sottile, trasparente, fuso industrialmente, a basso costo, permette finalmente l’uso in casa contadina. I falegnami di casa lo utilizzano nei nuovi serramenti apribili, come i ricchi, i nobili e il clero che lo avevano da tempo in uso a palazzo e nelle tante chiese monumentali.
Al primo piano, piano civile, ci fu una vera rivoluzione.
Le pareti interne abbattute e rifatte in cemento, raddrizzate, tirate a fino e imbiancate con latte di calce bianchissimo; i pavimenti uniformati e costruiti in cemento, i soffitti imbiancati e spesso anche dipinti con elaborazioni pittoriche di tipo paesano ma che facevano stupore tra la gente semplice. I più fantasiosi si sbizzarrirono in figurazioni allegoriche, quadri votivi, immagini araldiche, scene di caccia o figurazioni erotiche di estrazione classica! L’esplosione di questa moda fu sicuramente conseguenza delle migliorate condizioni economiche ma anche del grande desiderio di liberazione dalla secolare schiavitù subita nel periodo medievale dei “secoli bui”.
Le "stùe" furono aggraziate da falegnami ebanisti professionisti formati alla “scuola dei preti” a Trento ed ecco in casa mobili tirati a "a lustro fin" (lucido). Sono stati proprio questi mobili, detti d’epoca, ad arricchire la categoria dei rigattieri moderni e farli miliardari. Loro intuirono il momento buono, quello dei contadini stufi di vedere in casa il vecchio mobilio rustico, arredi che ricordavano un triste passato, tribolato e sottomesso, e volentieri cedevano a poco prezzo, allegramente, la loro mobilia per sostituirla con patacche dalla nuova mobilia industriale! … Per affrescare le stanze, si contatta il “pitor” (imbianchino) divenuto ora un professionista a tempo pieno. Questi stupiva con i suoi segreti pittorici e i più bravi fecero fortuna inventando nuove tinte, mescolando sconosciute “terrette”, che aggiunte al bianchissimo e vecchissimo latte di calce, davano origine a luminose stanze decorate. L’ultimo imbianchino vecchio stile fu a Preghena Arturo Sparapani detto “el Turo”, quello che dipinse la volta celeste dell’abside della nostra chiesa a Preghena. Una volta celeste costellata di stelle oro… cancellata nella ristrutturazione dell’anno 2006.
Le scale d'accesso ai piani superiori, ancora esterne per ragioni di spazio, vennero tolte e ricavate dentro casa, ormai più confortevole e grande. I poggioli perdono la funzione di spazio aggiunto e diventano ornamento di facciata. Cessa l'abitudine di essiccare prodotti agricoli al sole ormai conservati diversamente. Gli arredi delle stanze sono diversi, il letto è alto da terra, talvolta munito di baldacchino e scompare il famoso "pajon" fatto in casa coi cartocci sani del mais. Trionfa il materasso di fibre vegetali, di "segrez" ma anche lana e molle metalliche diventando "el lastico" (elastico). Dopo gli anni cinquanta arriva la Permaflex. I vecchi letti erano stretti, di una piazza e mezza (120cm) detti alla “francese o francesina”, scomodi ma funzionali alla coppia moderna che giace pelle su pelle. Già, alla "francesina". Pare che i francesi dormissero a letto nudi, godendosi da secoli i piaceri del letto, ma i parroci nostrani, di antico stampo, lo sconsigliavano perché fonte di brutti vizi e pensieri.
Sugli scaffali e dentro a mobili raffinati ci sono i primi libri stampati, conseguenza dell'istruzione obbligatoria introdotta dall’Austria a fine ‘800. In primo piano la Bibbia, il testo sacro delle famiglie cristiane, letto a brani prima del sonno ristoratore. Non mancavano libri di altra natura come è successo in casa “Malgesi”, dove esisteva un grosso romanzo storico che narrava le avventure militari del generale Barattieri in Africa. Un reperto fascista pervenuto dallo stesso Barattieri solito a villeggiare a Mocenigo di Rumo, allora sede di celebri bagni termali.
In tutte le camere c’è già la stufa detta "el fornel a ole" e fu la fine dei pericolosi braceri e delle "moneghe" da letto che tanta responsabilità ebbero negli incendi di paese! La diffusione del fornello ad olle in Trentino è merito degli artigiani di Sfrùz (Val di Non), i quali impararono da Faenza l’arte di dipingere la ceramica e divennero “fornellari”. L’arte del “fornellàro” era però già fiorente a Sfruz nel ‘700, dove operavano tre fabbriche dalle cui fornaci uscirono migliaia di stufe. Quei fornelli erano strumenti per gente agiata, costavano da un minimo di 25 ad un massimo di 75 Fiorini e la famiglia di fornellari più nota era quella dei Cavosi, i quali, dal 1792 al 1802, prepararono 1.121 stufe, alcune delle quali furono installate anche da noi. Due a Livo, una a Preghena, 2 a Marcena, 9 a Rumo, ed 1 a Cis. Lo si deduce da un apposito registro detto “ Libro dove si ordinano li forneli ” che la Cavosi teneva e la prima consegna è datata 6 ottobre 1792. Una rassegna di questi prodotti, firmati e datati, c’è al castello del Buon Consiglio in Trento e in una di quelle stufe si legge:
" Scaldatevi o done
che il caldo
raviva il còre
sfruz 1784 “
Il fornello ad olle durò attivo fino al 1970 quando fu sostituito dal moderno termosifone idraulico.
I servizi igienici casalinghi subirono una radicale trasformazione ed il nauseabondo "cesso" diventò finalmente il "bagno", una stanza profumata, calda e finalmente pulita. Fu la fine di tinozze, catini e mastelli di antica memoria e per le donne fu più facile lavarsi. Finalmente potevano farlo al chiuso, al caldo, serenamente, lontane da occhi indiscreti. La donna di quel tempo non amava lavarsi dove poteva essere vista, neppure dal marito, perché aveva tutta una serie di difficoltà psicologiche inculcate dalle nonne e dal clero che in quegli anni comandava davvero. La citata svolta arrivò con l’invenzione ottocentesca inglese del water, uno strumento a valvola ad acqua (Water closet) che i nostri contadini installarono appena negli anni sessanta, quando l’acqua in pressione poteva raggiungere i piani alti delle case. Dopo il WC arrivò dalla Francia il " bidè ".
Già, il bidè! Nome francese che significa cavalluccio e in uso in Francia già dal 1800 per la sua grande praticità. Il primo modello era su quattro piedi, aveva una vaschetta bislunga, come l’attuale, e direttamente collegato alla rete idrica. Un zampillo garrulo e allegro usciva al centro della vaschetta con grande delizia delle persone che lo usavano. Ebbe un successo enorme ma da noi fu presto ostacolato dal clero che lo ha demonizzato e giudicato sconveniente e fonte di peccato. Le ragazze lo trovarono adorabile ma fecero l’errore di raccontarlo al parroco e questi ricorse al vescovo e tutto il clero fu solidale contro il bidé. Il bidè turbò i capi famiglia e per non dispiacere al parroco, pensarono bene di soprassedere a quell'installazione. Vinse il “comune senso del pudore” fino a quando l’arredo fu modificato nella forma attuale.
Grande innovazione fu l'illuminazione elettrica resa possibile in Trentino a partire dai primi anni del 1900 ed a Preghena, dal 1922, quando è nato lo IEP (impianto elettrico di Preghena). Era il 1926, scrive Lancetti nel suo libro su Livo, quando la scuola di Preghena e quella di Bresimo acquistarono una stufa elettrica ciascuno mandando in pensione quella a legna.
Il sottotetto, detto in gergo la “spreuza”, non subì grandi cambiamenti, e restò deposito di foraggi, paglie e cianfrusaglie varie. Il tetto però non è più a “sciandole” di larice ma in cotto, quello uscito dalla fornace del Cressino (bassa Val di Non) proprietà della famiglia Dalle Case attiva dal 1875 al 1975, e purtroppo chiusa per progressivo declino tecnologico e familiare nel 1986. Fu famosa per il brevetto della tegola "Marsigliese”.