In questo periodo, cinquemila anni fa, la baita nell’immaginario comune non esisteva proprio e l'uomo primitivo trascorreva i suoi giorni vagando per valli e monti riparandosi fortunosamente in caverne naturali, sotto e sopra ad alberi frondosi, come fanno ancora le popolazioni corovai dell’Indonesia per vivere al sicuro e in aria meno umida e più fresca.
L’uomo preistorico, primitivo e randagio, cacciatore o pastore che fosse, cercava giornalmente questo tipo di sistemazione notturna e raramente ritornava sui suoi passi. Bivaccava vicino a sorgenti d'acqua, dalle quali traeva alimento alla stessa maniera degli animali selvatici che egli cacciava.
Millenni dopo l'uomo "randagio" si fermò in un "sito" diventando agricoltore e allevatore. Trovata una caverna vicino all'acqua, la elaborava continuamente per renderla consona ai suoi bisogni. In seguito pensò a difenderla da predoni, predatori e ladri, recintandola con alte palizzate, come facevano i romani. Talvolta il ricovero non era proprio una caverna ma una apertura che ingrandiva innalzando muri a secco, coprendola con un tetto rudimentale, ottenuto per sovrapposizione di rami, frasche o lastre di pietra, che trovava sul posto.
Da agricoltore dovette mettere al sicuro anche gli animali che aveva con sé e le scorte agrarie che possedeva e raccoglieva. In questa residenza egli visse da "animale" in stretto contatto con le bestie addomesticate che aveva al seguito. Col trascorrere dei secoli però, l'uomo separò la sua abitazione dal ricovero degli animali, e così nacque la Baita !
Il ricovero di 1000 anni a. C.
La baita di quest'epoca è ancora molto spartana, ma l’uomo vive già separato dagli animali: gli animali al piano terra (stalla) e l’uomo al piano superiore.
Mille anni dopo Cristo invece, troviamo la retico-gotica a tre piani: stalla a terra, l’abitazione al piano superiore e le scorte agrarie nel sottotetto aperto e un tetto a scandole di legno spaccato. Nel piano residenziale troviamo il focolare aperto, posato a terra e dotato di ampia canna fumaria in pietra che sbuca dal tetto. Le scorte sono ammassate all’esterno perché la baita è ancora piccola ed essenziale. Non troviamo in essa i servizi igienici e l’uomo del tempo si arrangiava nel bosco e attorno alla baita. Il piano terra si uniformava all’ambiente e da noi è quasi sempre incassato nel terreno con un lato libero a valle, comunicante con la strada d'accesso, e il lato opposto, molto incassato nel terreno, tanto da permettere ancora l’accesso diretto dalla strada.
Il piano terra è costruito con muri in pietra sistemati a secco e piccole aperture (cm 30 x 30) servono da finestre ma adatte a mantenere il calore interno prodotto dagli animali. Al primo piano, oggi noto come "piano civile", l’uomo viveva con la sua famiglia in condizioni molto primitive e sempre in compagnia di attrezzi e scorte delicate da conservare. Di solito il 30% del piano serviva da abitazione, mentre il rimanente come aia di servizio. Il pavimento, ancora molto sconnesso, era costruito con robusti tronchi di legno sommariamente squadrati e affiancati che permettevano il passaggio del calore dalla stalla al piano sopra. Il soffitto risulta ancora più sconnesso del pavimento, ma è tappato da fieno e paglie come si può ancora vedere in alcune case a Preghena, ai numeri civici 38 - 39 - 57 - 59 - 82.
Nella parte riservata a cucina, la struttura che più impattante era il grande focolare aperto. Molti invece erano i pioli e i ganci di legno fissati al soffitto e alle pareti dove la famiglia appendeva di tutto. Poco anche il vasellame, quasi sempre in di legno, frutto del lavoro invernale degli uomini di casa. Si mangiava con le mani e si dormiva vestiti sul fogliame steso al pavimento e addossati gli uni agli altri in dolce compagnia. Dal soffitto pendeva sul focolare aperto la catena che reggeva la pentola di ferro o in bronzo (“lavèc”). La migrazione definitiva della famiglia dalla stalla al piano civile fu lenta, prima i padroni e poi i famigliari (“famej”). Da notare come tanti di quest’ultimi non abbandonarono mai l’abituale giaciglio nella stalla, al caldo, sopra le groppe degli animali: le cosiddette “zàje”.
Lo spazio di servizio, detto “l'ara”, comunicava con l’abitazione ed in esso si lavorava e si depositava di tutto. Aveva sul retro la porta che dava sulla strada di accesso e dove ci si poteva arrivare anche con slitte e carri, come si può vedere ancora nella piazza di Preghena. Sull’ara si gramolava canapa e lino, si pettinava la lana, si rammendavano tessuti e si tesseva. Gli uomini sgranavano cereali, sminuzzavano foraggi, intagliavano il legno, lavoravano le pelli e preparavano le “sciandole” (tegole) del tetto.
Nel sottotetto c’era il fienile, che da noi venne chiamato "barch", un vocabolo trentino che derivò da “embaricar”, cioè accatastare. Occupava tutta la pianta della baita, era aperto sui quattro lati per arieggiarlo ed asciugare le scorte umide come paglie e fieno.
Il tetto sporgeva a sbalzo oltre le pareti di almeno due metri e questo permetteva di tenere riparato dalla pioggia la baita e tutto quello che veniva appeso e appoggiato ad essa dall’esterno. Non aveva grondaie e le gocce d'acqua piovana, dette in noneso le “stàrleze” precipitavano a terra, segnando sul terreno l'intero perimetro del tetto diventando proprietà della baita. Nelle nostre zone ricche di legname resinoso, il tetto veniva costruito con “sciàndole” di larice, ma in altre zone poteva essere a lastre in pietra. Nel Medioevo, anche a causa delle tante scorrerie di invasori armati (i secoli bui) e degli incendi innescati dai militari o da accidenti familiari, si dovette ricorrere a rinforzare il pian terreno con muri a secco, porte blindate da borchie di ferro e serrature adatte al caso.
Fu anche organizzata la “ronda di notte" che al suono di corni avvertiva la gente se c’era un pericolo incombente. L’addetto comunale gridava “sono le dieci e tutto va bene!”. Eseguite le opere di rinforzo, il piano terra della baita rimase sempre più o meno uguale, mentre il piano superiore migliorava lentamente e in diversi aspetti. Il pavimento di legno sconnesso fu sostituito dal "somas", un impasto di sabbia e calce livellata e battuta. Nella cucina il focolare fu spostato dal centro all’angolo, alzato da terra e munito di ampia cappa antifumo. Una cappa grande, che serviva anche per asciugare alimenti, affumicare carni, formaggi e ricotte.
Compaiono rozze camere da letto delimitate da tramezze di legno o da murature impastate, calce e legno, senza serramenti e piccole finestre senza vetri. Il vetro edilizio non esisteva e le finestre d’inverno venivano tappate alla meglio con paglie o fieno. D’estate erano buchi aperti, cm 40 x 40.
L'ara, cambiato il pavimento, fu allargata all’esterno tramite ampi poggioli collegati al piano terra da scale fisse. L'illuminazione delle stanze interne era a luce naturale e la sera si usavano piccole candele fatte in casa (ma i nostri avi andavano a letto presto).
Il servizio igienico era all’esterno, nei pressi del letamaio, oppure sistemato alla meglio sul poggiolo lato concimaia e ad essa collegato da canalette di legno. Non era ancora un servizio degno di entrare in casa. Bisogna ricordare che l'acqua in casa non c'era ancora e quel servizio creava problemi.
Il riscaldamento della baita era poca cosa, un fuoco vivo in cucina e braceri nelle camere da letto. La famiglia si coricava vestita, calze comprese, dentro a letti artigianali in legno e paglie. Il fienile resterà immutato per molti anni ancora, tanto che in tante case contadine è uguale ancora oggi.