Si tratta di un ”tajo” “in miniatura”, previsto dalle Carte di Regola ed ancora oggi conservato tra gli Usi Civici. Prevede l'assegnazione di poche piante ad una famiglia dietro richiesta e simbolico pagamento. Legname della comunità ceduto a costo simbolico ma non commercializzabile. Bisognava farne richiesta, attendere il saltaro del bosco per la martellatura, abbattere gli alberi assegnati, ridurlo in bore e ramaglia e con le forze famigliari trasportare il tutto a casa.
Multe salate previste dalla Regola se il capofamiglia non si comportava correttamente. Infatti, era vietato entrare nel bosco furtivamente di notte quando il Saltaro non poteva controllare. Il Saltaro di paese conosceva bene i suoi "polli" e sapeva bene chi avrebbe tentato di fare il furbo...
Qualche capo-focus anziano o vedove con figli piccoli o con mariti in guerra, venivano aiutati dalla solidarietà paesana, avvisata dal Parroco in chiesa in un giorno festivo.
In baita i tronchi finivano accatastati contro i muri e, se possibile, lasciati seccare al sole per qualche anno. In seguito si trasportavano in segheria (dopo il 1500) e lavorati in travi, assi, ”asòti”. I pezzi più corti, come il larice da “sciandole” (60 cm), venivano tagliati e lavorati in baita. La ramaglia finiva tagliata a 60 cm e accatastata a ”passi” nella legnaia di casa. Un ”pas” formava circa 550 kg di legna (”un broz”) e a Preghena aveva le seguenti misure fisse: lungo 160 cm, alto altrettanto e grosso 60cm. Si deve sapere che la legna da ardere veniva venduta a passi e i ”ciaradori” la trasportavano a Cles su ordinazione o al miglior offerente sul mercato.
Chi non aveva posto in baita o non aveva angoli soleggiati, accatastava lungo le strade di campagna. Talvolta era la stessa segheria comunale ad ospitare sui grandi piazzali le ”bore” di famiglia.
Dopo il 1940, quando ormai le baite erano case a calce e cemento, quest’assegnazione comunale cadde quasi in disuso e le famiglie bisognose di legname si rivolsero al mercato dei materiali edili industriali.