Le abitudini familiari dei contadini

....In molte baite c'era chi sapeva suonare uno strumento musicale e dopo il 1700, la fisarmonica bi-tonica a bottoni, si cantava e si ballava. A Preghena la sapeva suonare bene el Tonin (Antonio Datres). Cantare era l’altra espressione gioiosa e più facile da eseguire. Si cantava in casa, in campagna, in Chiesa, sui monti, al pascolo e nel bosco. Cantava il nonno stonato e sordo, cantava la nonna quieta e sorridente, cantavano le donne alla fontana, in solaio, nelle loro stanze mentre rifacevano i letti o quando languivano d'amore  come la celebrata Dusolina.
Nel cantare, c'era  sempre chi raggiungeva livelli di alta perfezione, e anche quello costituiva spettacolo.

La sera, con il calare del sole e l'arrivo del freddo, la famiglia contadina si raccoglieva in casa ed alla luce di modesti lumini ad oliosi faceva filò. I  nonni, spesso  vecchissimi, provvedevano a mettere legna sul caminetto aperto e tenere a bada i numerosi nipotini. La luce delle candele steariche arrivò tardi, a fine ‘700, così quella del lume a petrolio a  fine '800, e finalmente la luce elettrica dopo il 1922. Si lavorava sull'ara, al freddo, infagottati come fantocci e spesso con la compagnia di amici delle baite vicine, perché era importante stare in compagnia. Se la combriccola diveniva chiassosa per la presenza di troppe donne o troppi  bambini, gli uomini, detti in gergo avevano l’abitudine di prendere il largo per appartarsi nella stalla, o in cantina, dove, al riparo di occhi indiscreti bevevano… I  ragazzini crescevano felici, in numerosa compagnia, osservati dai genitori ma  anche da zii, zie, nonni e parenti, i quali, quando  esageravano, avevano tutti il diritto di riprenderli…

In certe sere, sopraggiungevano amici o parenti, si offriva il vinello nuovo, il “brùlè”, oppure la "sgnàpa, el zèlthen, le torte de frigolòti, el strudel, le nosèle o le nos". Verso la fine dell'800 anche "i pomi" ( mele). Ovviamente non tante cose, o una  o l'altra, secondo il giudizio della massaia. Le ragazze da marito, da brave formichine, preparavano la dote matrimoniale. Più la dote era ricca e bella e più la famiglia della ragazza acquistava  prestigio e lei stessa "quotazione" fra i ragazzi pretendenti. L'usanza della dote si perde nella notte  dei tempi, quando a prepararla era invece il marito. Questi, per poter ambire alla mano della sua "Bella", doveva pagare e se era molto bella, pagare molto alla famiglia per la sua mano! A quei  tempi, la donna era proprietà del papà (padre-padrone), un bene di famiglia da cedere al giusto prezzo. Non avere dote, come era frequente allora, significava addirittura l’aver preclusa la via del  matrimonio. Gli emarginati dovevano essere aiutati dalla comunità paesana, e questa, per solidarietà umana, rraccoglieva una dote minima per farli sposare. Una saggia legge austriaca (allora eravamo tirolesi) proibiva i matrimoni fra diseredati in quanto avrebbero costruito famiglie diseredate e soggette ad essere sostenute dalla comunità. Era la cosiddetta Fredaglia (fratellanza), una specie di ECA (Ente Comunale di Assistenza ) che provvedeva a loro. La Fredaglia era retta da un regolare comitato esecutivo che faceva capo ad uno Statuto ed aveva beni immobili ricevuti dalle donazioni private elargite a questo scopo. Nel Mezzalone aveva sede a Varollo, allora detto Cassino, e precisamente nella casa dove c’è ora la Famiglia Cooperativa. A Cles nel 1558, Agostini Giovanni detto "Zanne" fondò a favore delle zitelle povere un beneficio detto appunto "Dote Zanne" e con questa dotazione si potevano sposare.
In casa, si giocava alla "Ciapusàra" come ricorda Silvia Sparapani (classe 1917). Era un gioco allegro, poversissimo, senza supporti materiali perché si giocava a voce! Veniva vivacizzato da punteggi, da pegni e debiti di gioco da pagarsi con azioni quali: baciare la capra, mungere il mulo, abbracciare il maiale… e via di questo spasso…  Un "fai da te" innocente adatto a tutti, vecchi e bambini, ma che soprattutto non costava nulla. Il gioco iniziava con la seguente frase d'apertura:

N'tel me ort jà robà tre ciapussi, ci èl stà ?
Es sta ti ? ...
Mi,..nò!        ...

Nel mio orto hanno rubato i cavolfiori, chi è stato?
Sei stato tu?... (Indicando un giocatore)
Io no... (e qui l'accusato, doveva discolparsi)

L’accusato doveva giustificarsi, dimostrare la sua innocenza e se perdeva ritmo, o si ingarbugliava, non veniva creduto e scattava la penalità…
Pagato il pegno poteva rientrare in gioco, altrimenti restava fuori e veniva beffato per tutta la sera… Il bersaglio preferito erano ovviamente le ragazze in età d'amore, le zitelle permalose, le ragazzine ancora giovani che arrossivano immediatamente o il "bullo" di casa permaloso e gradasso. Gli uomini anziani, poco inclini al chiasso, chiacchieravano fra loro, e si occupavano di piccoli lavori. In qualche caso attiravano l’attenzione di tutti raccontando favole, storie di castellani, di guerre passate, della vita da emigrante, delle battaglie militari che avevano vissuto, che a forza di raccontarle, modificarle e manipolarle a loro vantaggio, divenivano epiche. Insomma storia vera. La bravura di questi narratori, oltrepassava talvolta la soglia di casa e diventavano noti ed apprezzati anche nei paesi vicini. Attori nati si direbbe oggi, e venivano reclutati dalla filodrammatiche comunali. Erano bravi nella mimica, misurati nel gesto, intonati con la voce, fino al grido improvviso e lacerante che faceva sobbalzare sulla panca l’intero uditorio…  Con lo sbarrare gli occhi, col torcere il volto in mille modi, davano spettacolo e divertivano i presenti.  Nelle baite però non c'era  empre un gran narratore, allora, ci si arrangiava chiedendo aiuto ad un familiare, e in questo caso …

Se a raccontare "le storie" era la vecchia  nonna di casa , una donna che non aveva mai lasciato il paese natio, spesso bigotta e innocente, la sua  narrazione era sempre incentrata sui Santi, sul Crocifisso da baciare, su lunghissime processioni espiatorie, zeppe di donne oranti, di cori angelici che le accompagnavano. Non mancava la storia di miracoli avvenuti o presunti tali dalla sua santa innocenza, di lunghissime cerimonie di ringraziamento, di celebrazioni fastose  nella chiesa del paese sempre colma di gente e di fiori. L’uditorio anziano, pian piano si dileguava alla chetichella e raggiungeva il letto… lasciando la quieta nonna con i più piccini.

Se le "storie" le narrava un tipo ameno, magari pervenuto da una baita vicina, un tizio che per  la sua mimica si era fatto un certo credito come barzellettaro, allora la serata prendeva un'altra  piega. Si rideva a crepapelle, fino alle lacrime, perché a quei tempi le persone ridevano con poco.  La serata , in questo caso, andava per le lunghe, si beveva “Groppell” o na bòza de chel bon (vino Groppello o una bottiglia di quello buono). Se la padrona di casa, metteva  mano a qualche scorta di cucina, si mangiavano castagne arroste, noci , qualche nocciola di bosco, e si faceva tardi: le dieci di notte! Già le ore 22, perché a quei tempi, ci si alzava all’alba ed era normale andare a letto presto...

Se a narrare le “storie” era invece un narratore consumato, che aveva alle spalle un “vissuto” da libertino, che aveva viaggiato e visto il mondo con occhi smaliziati, magari al seguito di spedizioni militari mercenarie, la serata iniziava col mettere a letto i bambini: "no se sà mai !", avvertivano le  nonne allarmate e umiliate dalla sleale concorrenza del narratore forestiero. Gli adulti si  radunavano attorno al fuoco facendogli corona. Si sistemavano alternati uomini e donne, magari con la propria “Bella” al fianco, gratificando il narratore. Gomito gomito, l’uditorio si prestava a lazzi scherzi di ogni tipo, compresi i noti palpeggi a "mano morta". Il narratore, iniziava quieto la sua storia, la perdeva alla larga, aggiungeva preamboli maliziosi, spiegava la trama di fondo e ordiva il quadro d’insieme con dati e particolari, per irrompere poi nella scena principale. Pian  piano le frasi scorrevano più concitate, i vocaboli sempre più coloriti, le situazioni sempre più imbarazzanti. La  stoccata ad effetto arrivava puntuale, al momento  giusto, e l'uditorio passava dal rispettoso silenzio alla fragorosa risata. A quel punto la platea era riscaldata, il frasario  raggiungeva quello "da osteria", le allusioni sempre più spinte, l'occhio sempre più focoso. Con lo sguardo scandagliava l’uditorio, lambiva lento l’amorevole corpo della più bella, spiegandone l’anatomia col linguaggio dei contadini. Le giovanette in età d'amore, e che avevano avuto il  permesso di restare nell'uditorio, si dimenavano sugli sgabelli imbarazzate, si  sentivano osservate, sezionate, valutate direttamente, ma non erano abituate a tanto fervore. Arrossivano e quasi in  estasi, stringevano inconsciamente le cosce. I  giovanotti accanto ne approfittavano, le candele erano fioche, il buio in sala adatto, e la “mano morta” in piena azione. Gli anziani sposati non erano indifferenti, il  momento era esilarante, e l’occasione interessante. Si dimenavano eccitati sui pancacci, ma la ruvida mano non osava tanto, finendo grottescamente col lisciarsi la "pelata". Erano consci che in pubblico non si poteva fare di più. Le mogli invece, ormai smaliziate  dall’alcova nuziale, abbassavano lo sguardo sul fuoco, per non  incontrare quello avido del  narratore, divenuto libertino. Abituate da sempre a sferruzzare a maglia, acceleravano il ritmo del lavoro e agitate com’erano, finivano con lo sbagliare i  punti. Allora, con la scusa di prendere  vassoi e bicchieri, s'alzavano dalla panca, mescevano vino e  non  ritornavano più al loro posto. Anzi, richiamavano anche il concitato marito nel tentativo di  condurlo a letto e finire in “gloria” la serata… Nel periodo di carnevale, si sentiva più forte il bisogno di allegria e si usciva sulla piazza, si andava in maschera e per quei tempi era cosa grande. Il baccano del carnevale avveniva una  volta l'anno, ma se era in corso una epidemia di peste saltava anche quello! Se nulla ostava all’evento, le strette viuzze e le osterie di paese si riempivano di gente burlona, di gente curiosa, di  gente che agghindata in tanti modi strani, si perdeva in scherzi gustosi o di bassa tacca, riparati dalla maschera e dall’usanza carnevalesca.

A Preghena, nell’ ottocento, c'erano attive tre osterie, quella dei "Tomasi ", quella del "Carlotto" e quella degli "O'ri" , più tardi anche nella stessa Famiglia Cooperativa . In piazza a carnevale si andava riuniti per gruppi familiari, tutti insieme, nonni anziani e bambini e l’allegria non mancava davvero. Le famiglie ritenute " musone " poco  socievoli, non uscivano in strada con l’altra gente diventando bersaglio di chi era in vena di scherzi. Molte le strategie per snidare gli asociali, o la famiglia antipatica presa di mira. In molti centri abitati, era la Nobiltà ad organizzare le feste di carnevale, un momento di sfogo che faceva bene alla povera gente ma che serviva al “potere medievale” per intuire malumori e pericolo di sommosse. Si beveva, si parlava troppo, si straparlava e la nobiltà rurale ascoltava e riferiva… A Preghena, l’occasione del carnevale portava il teatro in piazza, la gente accorreva portandosi la sedia da casa. Gli attori uscivano dalle finestre del primo piano ed erano già sul palcoscenico pronti ad essere applauditi.
La compagnia teatrale di Preghena, era un gruppo ben affiatato che recitava anche in altre case. Tra gli ultimi attori, degli anni quaranta,  ricordo el Marino ( Marino Daprà ) bravo nelle parti drammatiche, el Luigi (Zorzi Luigi) bravo nelle parti paciose, solenni come quelle di un Principe, di un vescovo o di un ciambellano di corte. Bravissimo el Lino (Lino Datres) specializzato nelle parti di attore colto e solenne. Negli ultimi anni, c’ero anch’io nelle parti comiche o in quelle da “meridionale”. Mio fratello Adolfo Calovini era invece l’elettricista, il rumorista, e l’artigiano scenico che muoveva e cambiava le scene. La nostra combriccola teatrale si esibiva anche a Rumo, Bresimo e Cis. Ricordo in particolare quando eravamo in scena con "il malgar , ma che om!" a Bresimo, una esilarante commedia ambientata in malga, recitata in una baita di Fontana Vecchia. Al momento della mia più bella battuta comica ad effetto, lo scroscio improvviso della risata fece tremare la casa ed ebbi addirittura paura che l’ara su cui eravamo, sprofondasse di sotto …


GIOCARE A QUEL TEMPO

Un passatempo come il giocare, sia degli adulti che per bambini, era importante per la salute psicologica della gente e loro lo sapevano benissimo. Lo avevano imparato dai ricchi, ma anche dagli stessi animali domestici di casa , spesso giocherelloni come e più dell’uomo. Il giocare era articolato e molto diversificato a seconda delle stagioni, delle ore e delle situazioni paesane.
Si è già detto del carnevale in piazza, delle compagnie teatrali , del raccontare storie e dei filò nelle stue e nelle stalle, ma c’era molto di più.
Gli adulti giocavano a “mora” usando le sole dita. A palla confezionata con stracci e legacci di canapa dentro ai loro cortili. A tamburello in piazza, un gioco di squadra affiatatissimo e che prevedeva tornei fra paesi. A carte, nei giochi Dobelon, Briscola, Tresette, Garibaldi e rubamazzetto. Nelle sagre paesane non mancava il tiro della corda , il tiro a segno , e all’osteria il gioco delle bocce, quello del pindol e dopo la guerra del ’18, anche a biliardo.
I giovani e ragazzi vivevano di altri giochi ed anche qui dipendeva dalle stagioni. In casa nei mesi freddi, in cortile e per strada nei mesi caldi. Il loro giocare era fatto di niente, solo brio e fantasia, ed ecco le bambole di pezza costruite dalla nonna , i cavallucci di legno e le slitte da neve costruite dal nonno. I cerchi da spingere con un legnetto in strada e creare delle fantasiose carambole finché non usciva di fuori la lingua per stanchezza fisica. Giocavano a piazza, a saltimbanco, con le stampelle a trampoli , a sesseri , a piz-coff con le uova a Pasqua, al tiro all’uovo (cotto) con monetina, a braccio di ferro, a nascondino, e si impegnavano spesso in sgangherate corsette “al prim che arriva” ad un determinato traguardo.
Poche altre cose, fatte di niente, ma che servivano a sfogare la loro crescente forza e fantasia …
In famiglia c’era la dama, la tria, il gioco della tombola e per i più istruiti gli scacchi. Altri passatempi erano il costruire e suonare strumenti musicali. In ogni famiglia c’era qualcuno che sapeva cantare o suonare uno strumento e l’allegria spensierata non mancava, spensieratezza che serviva ai giovani per crescere ed agli adulti per sperare in un domani migliore.